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Universum reconciliati
Universum reconciliati.
È tutto ciò che era inciso sull'architrave di pietra. Un indizio abbastanza misero sulla destinazione dell'edificio venuto alla luce durante gli scavi.
Di certo c'è solo che, non appena è venuto fuori i lavori si sono bloccati ma è anche certo che il sito non è stato bloccato dalle belle arti.
Troppa sicurezza, troppi controlli… e poi quelle persone non sembrano affatto studiosi d'arte o storia è irrilevante e nemmeno cacciatori di tesori.
Nessuno parla, non si sbottonano neanche un po', gli uomini posti agli accessi, presenti ad ogni ora del giorno e della notte impongono i loro divieti unicamente con la loro presenza, in silenzio.
Giravo, come sempre, in zona nella speranza che qualcuno si sbottonasse e mi dicesse "ok, puoi tornare al tuo lavoro" o qualsiasi altra cosa senza, in realtà, crederci veramente. Ormai davo per scontato che il lavoro non potesse ricominciare. Finchè, quel giorno i due uomini di guardia mi fecero segno di passare.
Entrai nel cantiere. Era completamente cambiato rispetto a come l'avevo lasciato. Niente più polvere e calcinacci ma un lindore tale da aver paura di respirare per non inquinare l'ambiente. Seppur titubante mi inoltro nel cantiere, nessuno. Non un anima viva (o morta che fosse), non un rumore, non un alito di vento.
Giro un po' per veder di trovare qualcuno finchè mi ritrovo innanzi all'architrave con sotto, ora, i montanti di pietra di una porta.
Ci giro intorno per orsservare meglio questa porta rimessa in piedi in mezzo al nulla finchè mi viene di attraversarla.
Non c'è più il cantiere, non c'è più luce, mi volto ma non c'è più la porta, mi trovo nel buio più assoluto. Non sento la gravità nè, tantomeno, la terra sotto i miei piedi. Prima di riuscire ad adattarmi al buio sento un brusio e delle voci indistinte, incomprensibili.
Faccio un passo in quella direzione e mi ritrovo catapultato in una landa desolata, desertica, sabbiosa, calda, luminosa. In ogni direzione solo sabbia vuota a perdita d'occhio.
Disperazione e panico si fanno strada nella mia mente. Dolore e dubbio. Sto forse impazzendo?
Chiudo gli occhi, mi seggo a terra e respiro profondamente. Una, due, tre volte.
Quando riapro gli occhi uno specchio davanti a me mi riflette, riflette le mie ossa, le mie membra dilaniate dal vuoto cosmico.
Sento di perdere i sensi, cado su un ginocchio ma la mia mente mi ricorda che sono vivo, ho della carne intorno alle ossa, deve essere un macabro gioco di specchi e luci.
Riprendo fiato e mi rialzo. Tocco lo specchio e vengo risucchiato nell'infinito, nell'oblio.