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Colui che perse il cielo
Ero su, sulle montange, e scarpinavo saledo verso la vetta pensando al tempo, al sole, al passato ed al futuro. Il sole era alto ormai, più o meno le dieci, ero partito col buio quindi mi arrampicavo da cinque o sei ore.
Un aquila lancia il suo grido. Mi fermo a guardare la sua maestosità in volo: fantastico. Non c'è spettacolo migliore dell'affollata solitudine della natura.
Distratto mossi un passo di troppo sulla cengia dove mi ero fermato. Il bordo cedette sotto il mio peso e franò portandomi con se.
"Capo i sensori segnalano una frana a …, che dobbiamo fare?" - chiede il novizio.
Minù, il capo geologo della guardia alpina, guarda una cartina appesa al muro e risponde "chiama i rifugi di 4, 5 e 7, senti se qualcuno è andato in quella zona, intanto prendo un elicottero e vado a controllare la situazione".
Fortunatamente nessuno manca all'appello.
Sono usciti in tre in elicottero: il pilota, Minù e il Falco.
Arrivati in zona fanno un giretto di controllo annotando che, in realtà, la frana è minima: giusto qualche roccia, probabilmente un animale ha messo una zampa in fallo. Quando stanno per rientrare il Falco li interrompe "c'è qualcosa là, facci scendere Giò".
Minù guarda col binocolo ma non riescie a vedere nulla di particolare "non c'è nulla, che hai visto?" pur sapendo, però, che il Falco non era soprannominato così solo per il naso adunco.
Giò, fa un paio di giri e prende terra ad un settecento metri di distanza "mi spiace, non posso farvi scendere più vicino". Senza, per altro, fermare il rotore Minù ed il Falco scendono mentre Giò riprende quota. Non può rimanere, sarebbe contro il regolamento, quindi torna alla base per fare rifornimento ed attende eventuali comunicazioni radio.
In meno di cinque minuti, quasi un record per la montagna, arrivano sul luogo della frana. Il Falco non ha riguardi per Minù, pur essendo una donna piccola di statura è energica e si offenderebbe se rallentasse il passo per lei.
Arrivati sul posto il Falco indica una borraccia "ecco la". Minù si meraviglia sempre della capacità visiva del Falco, non è metallica quindi non riflette la luce, ed è dello stesso colore del terreno, praticamente invisibile.
"Se c'è una borraccia" continua il Falco "c'è anche un corpo. L'altro giorno nel giro anti-bracconieri, non c'era nulla."
Guardano in alto da dove è partita la frana e ne seguono il percorso. Così mi trovano, cioè trovano il mio corpo.
Minù si china e controlla il battito sul mio collo per qualche minuto. "Nessun battito" afferma "è morto."
Il Falco fa un cenno di assenso con la testa e chiede alla base un recupero "senza fretta".
Mentre aspettano di sentire l'elicottero di ritorno fanno un giro cercando quanto dei miei beni è andato sparso.
Dopo aver ammirato l'aquila mi sono ritrovato seduto davanti una maestosa scrivania di marmo bianco. Tutto era bianco e luminoso più di quanto riescano le parole a descrivere e più di quanto un'immagine possa rendere.
Ero tranquillo e sereno. Non c'era nessuno intorno a me eppure mi sentivo contornato di vita e gioia.
Dietro la scrivania, avvolto nella luce, un essere gigantesco mi sorride ed estrae, non so da dove, un faldone che poggia su un piatto di una stadera a quattro piatti che riesco a notare solo ora. Estrae un altro fascio di documenti, più piccolo del precedente e lo posa su un'altro piatto poi un terzo, ancora più piccolo poggiandolo sul terzo piatto.
Solo un piatto rimane libero.
Si mette a cercare altri documenti ma non ne trova "strano" afferma con la sua voce baritonale "non c'è niente alla voce cuore" e, guardandomi, "come mai?"
Lo guardo sorpreso "semplice, io non ho un cuore"
"In tal caso quella strada ti sarà impedita, mi spiace"
Stacca il piolo che tiene fermi i piatti ed osserva come oscilla la bilancia.
Resta sorpreso quando la bilancia non si orienta verso nessuno dei piatti e mi guarda.
"È raro, molto raro" dice e sospira. "La bilancia pesa la tua vita per la tua prossima destinazione: puoi andare allo stadio successivo, tornare sulla terra con un nuovo stato di coscienza, arretrare nella vita tornando ad uno stato precedente, andare ad un centro di purificazione per essere reimmesso sulla terra con un nuovo stato di coscienza oppure rimanere qui in riposo finché non sarai pronto per una delle opzioni che ti ho detto or ora."
Il sorriso non lo abbandona "quest'ultima è un'opzione rara ma tu non puoi fare nessuna di queste cose. Per rimanere avresti dovuto avere un cuore."
"Bene" faccio io "sarebbe stato normale ed io non lo sono. Che si fa allora?"
Sembra riflettere, sempre col sorriso stampato sulla faccia il tempo che scorre sembra non importargli affatto.
Il freddo mi sveglia. Mi ritrovo steso su un lettino d'acciaio e con un telo bianco addosso.
Mi sollevo a sedere tenendomi la testa dolorante. Nella stanza non c'è nessuno, su una parete ci sono delle lastre ed un tavolo, anch'esso d'acciaio, con degli strumenti.
Mentre sono lì a guardarmi intorno qualcuno apre una porta ed entra fermandosi stupefatto.
Alla luce del sole noto un mondo nuovo che non conosco. Un giornale, buttato in un cestino lungo la strada, mi informa che sono passati trent'anni da quando sono salito sulla montagna.