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La luna d'argento
A quel tempo sembrava a tutti che il mondo stesse per finire, per volgere al termine.
C'era stato un lungo periodo di carestia dove moltitudini erano morti per fame e sete, dove molti si dedicarono al cannibalismo e moltitudini di persone erano affette da prionismo. Molti si tramutarono in mostri.
La carestia prolungata provocò le guerre. Ce ne furono in tutto il mondo, da tutte le parti, si salvarono solo alcune isole sparse nell'oceano perché difficilmente raggiungibili.
Le morti, i cadaveri rimasti sui terreni, sulle strade, nei fossi inquinarono le falde acquifere: le piante e gli animali che traevano nutrimento da queste acque si ammalarono e, con loro, portarono malattie e pestilenze tra i superstiti.
Le genti vennero decimate. Esattamente come le tasse omonime da quasi 5 miliardi di abitanti il pianeta si spopolò e rimasero circa 500 miliioni di persone. La morte correva per le strade di fianco ai vivi. Alcuni di noi che erano immuni vedevano la vecchia con la falce ovunque ed ovunque vedevano la sua opera.
Fu, quello, un periodo molto triste.
Ma non era ancora finita. Quel periodo buio doveva continuare ancora.
Dopo tutto ciò arrivarono i draghi. Ve ne erano sempre stati, non erano una novità: sputafuoco, lanciafiamme, con l'alito di ghiaccio e velenoso, varie tipologie sono descritte negli antichi testi e varie tipologie se ne trovava.
L'unica varietà che non si era mai vista si vide in quel periodo un gigantesco drago nero con le ali rosse e sette teste, ogni testa letale, ogni testa un pericolo mortale. Volava nel cielo di città in città, di paese in paese mietendo vittime e distruggendo tutto ciò che incontrava. Non aveva pietà. Nessuna.
Sembrava che la fine per il genere umano fosse ormai giunta.
Dalle viscere della terra, c'è chi dice uscì da una grotta, chi da un vulcano, chi dalle profondità del mare arrivò una donna.
Piccola, esile, debole. Aveva capelli d'argento ed occhi di ametista, pelle d'ebano ed era vestita d'avorio.
A cavallo di un baio grigio andò di città in città, di paese in paese seguendo il percorso del drago nero.
In ogni luogo versava le sue lacrime per lo scempio che trovava, in ogni luogo si fermava a pregare per le anime dei morti. Nessuno sa quale divinità ella pregasse, nessuno le parlò mai.
Il drago era indubbiamente più veloce e la distanziava ma dopo tanto viaggiare di due si incontrarono.
Il drago era a terra, appollaiato su una roccia a riposare le ali ma, anche così, era pericoloso come non mai. Bastava il movimento di una delle teste o della coda per uccidere un elefante, un battito d'ala per far volare via un rinoceronte e scaraventarlo a miglia e miglia di distanza.
Quando la donna gli arrivò di fronte nessuno avrebbe scommesso sulla sua vita. Il drago alzò tutte le sue teste e la squadrava con sette paia di occhi, ne osservava ogni movimento.
Diede una pacca sulle natiche del cavallo che si allontanò al piccolo trotto e si sedette di fronte al drago, in attesa.
Nessuno dei due si muoveva, nessuno dei due emetteva un suono, sembrava che nemmeno respirassero.
Come preso da un incantesimo, piano piano il drago appoggiò a terra, una per volta, le sue teste ed a chiudere gli occhi.
L'ultima testa a poggiarsi a terra fu quella fiammeggiante, dalle nari emetteva fumo, bastava un nulla per incenerirla.
Dopo che chiuse gli occhi la donna si alzò, gli si andò a sedere vicino e si appoggiò a quella pericolosa testa.
Il drago emise un sospiro.
Quando la donna diede un bacio su quell'orrendo muso scaglioso un brivido percorse il corpo del drago ed un fumo denso lo avvolse.
Si alzò un vento gelido da nord che spazzò via il fumo.
Nè il drago nè la donna c'erano più. Al loro posto sette calici che traboccavano acqua in sette direzioni diverse, al centro un piccolo specchio d'acqua che rifletteva la luna piena pareva d'argento.