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===== Il lago salato =====
Tino a 10 anni era un ragazzo allegro, vivace, divertente, spassoso, spericolato.
Si era costruito un trabiccolo di legno per scendere lungo le strade a tutta velocità. Fortunatamente erano strade non troppo trafficate quelle che bazzicava.
Con quel trabiccolo scendeva a velocità folli per le discese più ripide e, per potersi fermare aveva aggiunto una specie di freno che raschiava per terra.
Ovviamente la prima versione del freno fu disastrosa: l'aveva messo da un lato ed entrò in vite. Fortuna volle che si fermasse contro un albero le cui ghiande gli caddero tutte addosso.
Tino non si diede per vinto, voleva scendere dal rapido pendio e, senza un freno sarebbe indubbiamente finito di sotto al burrone dritto dritto nel lago salato. Non era stupido, sapeva che era necessario fermarsi per tempo.
Fece vari tentativi: freno sulle ruote, freno a terra, freno doppio, triplo, freni in gomma, in legno, in plastica, in ferro; ma avevano tutti qualche difetto: quello si rompeva, quell'altro non frenava a sufficienza, quell'altro ancora sprizzava scintille contro l'asfalto. Finalmente inventò il freno a quattro tempi, o almeno così l'aveva chiamato lui: quando lo azionava quattro ganasce in legno andavano a frenare le ruote, quattro paletti in gomma scendevano sull'asfalto, quattro pezzi di metallo andavano a stringersi sui mozzi delle ruote e, dulcis in fundo, una ruota centrale, attivata da una molla che si caricava in discesa, andava a ritroso.
Tino aveva testato il sistema a lungo ed era convinto di riuscire a fermarsi per tempo.
Tentò la discesa del rapido pendio in un assolato giorno di luglio: il caldo era opprimente ma non insopportabile. Il suo tentativo doveva rimanere segreto così l'unico a saperlo era il suo migliore amico.
Prima della discesa controllò, come un bravo professionista, che il percorso fosse sgombro da impedimenti: sassi, detriti, foglie, ecc.
Quando si sentì pronto si diede una spinta e partì. Per cambiare direzione usava una semplice fune ma, in questo caso, aveva bloccato l'asse anteriore per andare completamente dritto.
La corsa era perfetta: partì in sordina acquisendo velocità via via che scendeva. Sempre più veloce, sempre più veloce.
Quando arrivò a metà discesa attivò il freno. Funzionava utto a dovere: le ganasce in legno andarono a rallentare le ruote, i paletti in gomma scesero a consumarsi sull'asfalto, i morsetti di metallo si strinsero sui mozzi e la ruota centrale scese e cominciò il suo moto retrogrado. Sembrava andasse tutto bene: ma non rallentava affatto anzi la velocità continuava ad aumentare.
La prima a cedere fu la ruota retrograda centrale: cominciò a fumare finché la molla che la faceva girare si spezzò dalla troppa tensione.
Poi fu la volta dei paletti in gomma, uno dopo l'altro si consumarono troppo e non facevano più attrito con l'asfalto.
I morsetti in metallo saltarono subito dopo, uno dietro l'altro si staccarono e volarono via perdendosi dietro Tino.
Le uniche a reggere furono le ganasce di legno: continuarono a fare il loro lavoro fino alla fine; ma non fu sufficiente.
In fondo al rapido pendio Tino spiccò il volo verso il burrone. Una decina di metri più in basso c'è il lago. Il lago salato della leggenda.
Mentre la macchina cadde a capofitto Tino volò oltre di almeno un'altro paio di metri. Tino non sapeva nuotare.
L'impatto con l'acqua fu molto violento. Tino perse i sensi e, probabilmente, fu la sua fortuna: rimase a galla.
Nel frattempo il suo migliore amico era corso a chiedere aiuto. Veloce come un fulmine, rapido come una saetta era arrivato in paese ed aveva trovato qualcuno per aiutare Tino.
Era trascorso almeno un quarto d'ora quando arrivarono al lago: una ventina di persone, tutte pronte al peggio. La corrente aveva spinto Tino su una sponda e l'aveva fatto incagliare in un albero caduto. Era svenuto, bianco come un cadavere, freddo come il marmo ma respirava. Arrivò anche il medico che tirò un sospiro di sollievo quando sentì quel piccolo cuore battere con forza, quasi con violenza. Lo portarono a casa.
Tino si svegliò solo cinque giorni dopo, vispo e allegro come se fossero passati cinque minuti. Tutto il paese si bardò a festa. Nel frattempo, però, il rapido pendio era cambiato: avevano messo dei limitatori di velocità e delle fasce frenanti lungo tutta la strada e, in fondo alla discesa, avevano costruito una staccionata e ci avevano messo un cumulo di terra.
Il cambiamento in Tino non fu immediato, ci volle qualche tempo prima che si notasse: gradualmente smise di sognare.
Non soltanto i sogni durante il sonno ma anche quelli ad occhi aperti, i desideri che animano ognuno di noi si erano spenti o sopiti.
Proprio come narra la leggenda del lago: Tino aveva smesso di sognare.
Tino ormai è cresciuto è un adulto che ha fatto le sue esperienze ma che non ha più sogni e desideri. Più che vivere sopravvive a se stesso, più che andare avanti nella sua vita vegeta nel passato.
Finché non incontra Anna. Anna è una donna triste che indossa una maschera di gioia ed allegria, è una donna che cerca la pace dell'anima in un tornado di frenesia. È una donna che non sa di essere felice. Vede in Tino una persona buona, forse un'anima affine chissà e fa di tutto per diventare sua amica. Quando l'ottiene scopre che, in realtà Tino non ha più speranze oltre che sogni e desideri, scopre che non crede più in niente, nemmeno in se stesso e, per questo, gli mostra la sua felicità.
Scopre ella stessa di essere felice e questo inizia a trasparire da tutti i pori rendendola più luminosa. Tino si bea di questa luce che riaccende in lui qualcosa.
Ritrova i suoi sogni ed i suoi desideri. Desideri sopiti da così tanto tempo che non sapeva nemmeno di avere e comincia a soffrire.
Soffre per la mancanza di speranza, quella non l'ha ancora ritrovata, la fiducia, la possibilità stessa gli sembra preclusa, gli sembra nascosta ed impossibile da raggiungere.
Passa il tempo.
Tino si forza e si sforza a cercare la speranza o, quantomeno, a perdere la sfiducia ma non è semplice. Fortunatamente Anna lo sostiene, a modo suo ovviamente, ma lo sostiene.
In un momento di follia dopo una giornata di sole seguita ad una notte ed una sera esagerata Tino incontra Anita e fa una cosa impossibile: le mostra il suo mondo. Così, di punto in bianco, senza neanche conoscerla: si fida.
Esattamente non sa perché, non sa cosa ci ha visto: forse ha visto una donna che basta a se stessa, che afferma se stessa nel modo migliore che può, non lo sa.
Si fida di Anita ma non si fida di se stesso. Quindi la osserva in silenzio, la scruta, ne analizza l'aura cercando di studiarne l'anima.
Si scopre estasiato, senza ovviamente manifestarlo, quando scopre che il suo sguardo è su di lui. Si scopre sognante.
Si narra che il lago sia salato perché è stato creato dalle lacrime di Mafalda.
Mafalda amava Aladino che la ricambiava, però anche Asdrubale amava Mafalda che, pazzo di gelosia pugnalò ed uccise il suo rivale davanti lo sguardo impetrito di colei che amava.
Mafalda iniziò a piangere ininterrottamente, per giorni e giorni sul corpo esanime di Aladino finché, un giorno scomparvero.
Al loro posto comparve il lago salato.
La leggenda del lago dice che chi ne beve abbastanza sentirà la pena di Mafalda e non potrà sognare finchè non incontra il suo sogno.