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La favola di Orfeo
Orfeo era già famoso come musico, cantore e poeta, tanto famoso che, si diceva, anche gli animali più feroci rimanevano incantati dalla sua arte e soggiogavano al suo volere.
Si narra che quando si metteva sulla riva di un lago o di un fiume i pesci uscivano per ascoltarlo e gli uccelli si fermavano nei pressi silenti per udirne la voce sublime.
Uomini, donne, giovani, vecchi, bambini e bambine: tutti erano estasiati quando dava voce ai suoi pensieri.
Si diceva che era così magnifico che anche gli Dei interrompevano le proprie attività per ascoltarlo.
Chissà quale musa riusciva ad isprirare sì alte vette nelle arti in cui si cimentava.
Ognuno sentiva tutti i sentimenti dell'uomo nelle sue parole, nei suoi versi, nelle sue musiche: tutti contemporaneamente. E se ne beavano. Sembravano ubriachi presi dai sentimenti e dalle passioni.
Ma se avessero saputo la verità forse non lo avrebbero ammirato così tanto. Se avessero saputo il suo segreto più profondo e nascosto, se avessero conosciuto l'abominio che nascondeva. Se avessero conosciuto la sua tristezza ed il suo dolore. Forse, chissà.
Ma il Fato fu generoso con lui e lo aiutò a nasconderlo, a dimenticarlo, a relegarlo nell'angolo più sperduto della memoria.
A Morfeo, però, non piaceva questa gloria, questa fama accordata ad un uomo e lo cominciò ad importunare nel mondo dei sogni.
Non voleva permettergli di dimenticare e, ogni notte, l'obbligava a rivivere il suo passato. Ogni notte lo riportava ai suoi esordi, quando era un ignoto garzone. Un ignoto garzone felice. Povero, sconosciuto ma felice. Di una felicità tale da fare invidia ma contagiosa.
Ma, come sempre, ogni felicità ha una fine. Deve averla. Se potesse essere completa ed infinita non ci sarebbe possibilità di vita.
Ogni notte doveva riviverne la fine. Sempre.
Quando si ha un qualcosa di insostituibile e lo si perde non si riescie a desiderare altro, lo si agogna, lo si brama. Ogni fibra del nostro essere ti porta a ricercarlo altrove, dovunque e ti porta a scontrarti con l'ineluttabile realtà: l'impossibilità di riaverlo.
Ogni notte Orfeo era obbligato a rivivere la perdita ed a desiderarla. Ogni notte il suo cuore si struggeva, la sua anima si contraeva e finanche nel sonno il suo corpo piangeva. Piangeva un dolore impossibile da sostenere.
Ma più Morfeo si ostinava a far rivivere nei sogni il dolore ad Orfeo più i suoi versi erano dolci e sensuali, più la sua voce sublime ed estatica, più le note della sua lira erano radiose, più la sua fama cresceva. Suo malgrado.
Lo lasciò quindi andare. Lo liberò dai sogni, dai desideri, da ogni brama.
Ma, ahimè, nessuno può smettere di sognare per sempre. Prima o poi, presto o tardi qualcosa risveglierà un qualche desiderio e le brame esploderanno.
Per quanto fosse riuscito a non aver brame, per quanto fosse riuscito a non aver fardelli, per quanto fosse riuscito a non dar peso a nessuno. Per quanto bastasse a se stesso come solo un Dio può fare non era un Dio. E, quindi, anche per Orfeo il risveglio fu doloroso.
La brama, il desiderio s'impossessarono di lui. Le sue arti divennero ancora più sublimi, ancora più estatiche ma non vi era più quel coacervo di sentimenti che l'imprimeva; ne irradiava pura brama, puro desiderio, pura passione.
Puro delirio. Un delirio che lo portò alla pazzia.
Morfeo sorrideva di tutto ciò, aveva ottenuto ciò che voleva: la distruzione di un mito e la nascita di una leggenda.