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L'isola di Zu

Non cercate l'isola su un atlante, non la troverete.
Non è un'isola fantastica come l'isola che non c'è, né un continente scomparso come Atlantide o Mu. No. Nessuno può andare sull'isola, nessuno può lasciarla, nessuno può parlarne senza incorrere nell'ira dei suoi sovrani.
A me non importa, che mandino pure contro di me le loro migliori forze d'assalto, non le temo, non più almeno.
Non è possibile accedere a Zu via mare: mancano approdi sia naturali che artificiali e le sue coste sono continuamente attaccate da correnti molto forti.
Non vi si può accedere neanche via aria: il terreno roccioso non è sfruttabile né per creare un aeroporto, né un eliporto e tentando di scendere planando con un paracadute la possibilità che i forti venti incostanti vi spiaccichino contro le rocce fracassandovi tutte le ossa è molto concreta.
Io vi sono stato condotto contro la mia volontà perché conoscevo Flamel. Avevamo fatto studi insieme sulle proprietà di alcune pietre e, a quanto sembra, aveva fatto il mio nome come custode del segreto di quella filosofale. Peccato non fosse vero, niente affatto: la pietra filosofale, lo dico fermamente, non esiste. Almeno non come si intende solitamente.
Fui prelevato nel sonno, al mio risveglio mi ritrovai in quella che mi parve una carrozza tra due marcantoni alti oltre due metri e massicci come armadi a quattro ante. Non appena aprii bocca per chiedere spiegazioni uno di loro mi assestò una gomitata nello stomaco che mi mandò nuovamente tra le braccia di Morfeo.
Mi svegliai steso su un'amaca tesa al sole tra due saguari giganti. Fortunatamente non avevo avuto un sonno agitato: ero sospeso ad almeno quattro metri da terra.
Assicuratomi che non vi fosse nessuno in giro riuscii a scendere, non senza uno stiramento muscolare, appendendomi all'amaca stessa. L'altezza, così facendo, era poco più di due metri che reputai accettabile.
Non appena mi rimisi in piedi fui sollevato di peso, dalle ascelle, dai due marcantoni di pocanzi. O almeno credevo fossero gli stessi, solo più tardi compresi che non lo erano affatto anche se erano "identici". E fui portato alla presenza del signore di Zu.
Yill, questo era il suo nome, era una bella donna moresca con una voce melliflua, rilassante e leggermente nasale, mi chiese: - sei tu Kino? il custode della pietra?
Solo Nicolas mi chiamava Kino, ho lasciato quel nome subito dopo questi fatti, è diventato pericoloso portarlo.
- Mia signora - all'epoca era prassi comune rispondere in modo forbito ed ossequioso al tempo stesso - sono Kino - dissi inchinandomi - m'inchino alla vostra bellezza ed alla vostra grazia chiedo come può, un umile uomo come me, servirla.
Uno dei marcantoni mi diede una pedata.
- Qui non siamo in una squallida coorte del vostro mondo. Siamo a Zu. Alzati e rispondi alla domanda.
Stranito mi alzai e la guardai dritta negli occhi: - conosco molte pietre, ne ho studiate parecchie ma non sono custode di nessuna.
Si alza in piedi con gli occhi fiammeggianti d'ira - come osi mentire!
I due marcantoni mi sollevano, mi trascinano per vari corridoi e mi buttano in una buia ed umida segreta.
Tutto il mondo è paese. Le galere sotterranee sono tutte uguali: brutte celle scavate malamente nella roccia umida, senza pertugi o finestre e chiuse da grate di ferro; neanche un buco per i propri bisogni.
Non passa molto tempo, solo un paio di giorni, prima che venga preso e riportato dalla signora - allora Kino, ti sei deciso a parlare?
Ho fame, sete, freddo e sono stanco ma la guardo comunque dritto negli occhi - mia signora, non si può custodire qualcosa che non si ha, non trova? Ho, per caso, con me qualche pietra?
Yill sorride sorniona - ottima risposta. I effetti… torturatelo! - rivolta ai due marcantoni.
Vengo posto sulla ruota, ad ogni giro sento le mie ossa scricchiolare. Ci resto una settimana, quando mi slegano mi sciolgo quasi sul pavimento e sono costretti a portarmi di peso nella cella dove trovo cibo e acqua. Mi trascino verso i viveri e mi rifocillo, vorrei ingoiare tutto velocemente ma mi costringo a mangiare con calma per recuperare energie e non svenire; sono certo che tra poco rivedrò Yill.
Sono profondamente addormentato rannicchiato seminudo sulla nuda pietra quando vengo svegliato con una secchiata d'acqua gelida… in realtà è quasi più calda del pavimento.
Mi alzo e sorridendo seguo i miei due nuovi aguzzini, identici a tutti gli altri.
Quando entro nella sala sorrido a Yill - mia signora - inchinandomi - custodisco nella mia casa a Parigi non meno di 12 pietre ma, non di meno, non so quale lei voglia
- Finalmente ti sei deciso. Mentre pranziamo mi dirai tutto della pietra filosofale.

La seguo docilmente nella sala da pranzo.
Bella, immensa, sfarzosa ma, al contempo, semplice. Dominata completamente da un singolo lunghissimo tavolo di almeno 12 metri, sostenuto da una sola trave al centro. Due sole sedie alle estremità opposte, la più lontana occupata da Bertrand, il consorte della mia signora, che mangia avidamente senza nemmeno alzare lo sguardo. Sull'altra siede Yill. Un'ancella porta del cibo in tavola ed un'altra porta una sedia per me.
Mi accomodo e vengo servito di vivande. Dopo giorni di quasi completo digiuno ho lo stomaco chiuso, mi sforzo comunque di mangiare qualcosa.
Prima della terza portata Yill mi incita a parlare.
Le racconto tutto quello che so sulle pietre e le faccio credere che la pietra filosofale è un opale che racchiude un ambra custodito a casa mia.
In effetti posseggo un ambra incastonata in un opale ma non è affatto la pietra filosofale, non ha alcun potere ma se una balla può salvarmi la vita… chi se ne frega.
Mi chiede di costruirne una per lei. Sa che la pietra filosofale non è naturale ma prodotta tramite alchimia ed avendone io prodotta una posso tranquillamente produrne un'altra.

Ovviamente vengo rifornito di tutto quanto io chieda e di relativa libertà.
Grazie ai miei studi con Nicolas non so come produrre la pietra filosofale ma so come manipolare la materia.
Scopro di non poter scappare né via mare né via aria né via terra.
Via mare perché le coste rocciose sono tutte tempestate dalle correnti ed i mari infestati dagli squali.
Via aria perché… non so volare e, anche costruendo una sorta di deltaplano non riuscirei ad allontanarmi abbastanza dalle rocce prima di ammarare.
Via terra… è un'isola. Dove potrei mai andare?
Non mi resta altro che il sottosuolo.
Mi ci vuole un po' di tempo per produrre un acido abbastanza forte per liquefare le rocce ed in quantità sufficiente per poter scendere abbastanza. Devo scendere di almeno 3000 metri sotto il livello delle acque se voglio avere un certo margine di sicurezza.

Il giorno della mia fuga si avvicina sempre più, Yill è sempre più pressante, vuole la pietra che le ho promesso e sempre più spesso minaccia di sbattermi nelle segrete.
Inondo il laboratorio di un fumo acre e denso prodotto per sublimazione di due basi alcaline ed inizio a diluire la roccia.
Inizia la mia fuga. Il laboratorio rimarrà invaso dal fumo per almeno 6 ore, tempo sufficiente per quanto ho in mente.
In tre ore arrivo al di sotto della soglia di sicurezza. Ora devo solo aspettare che arrivi l'igrint.
Non credete sia un essere strano, è solo una grossa talpa che ha un debole per le mele ed io me ne sono procurate parecchie, abbastanza per farmi portare dovunque voglia.
A casa possibilmente.

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