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Resoconti dalla Galassia dell'Occhio Nero: Il distruttore di mondi - Capitolo I - Crastis
1. Strano incontro
La morbida poltrona di pelle di giangua mi avvolge sensualmente, devo apparire alquanto perplesso al mio interlocutore.
Di fronte a me, in una delle due poltrone di carantus: ruvide e scomode rispetto alla mia, è seduto quello che, all’apparenza sembra un oriontano, anche se un po’ fuori dal comune.
Daltronde una richiesta del genere sarebbe stata più consona se proveniva da una oriontana, data la loro società matriarcale, non certo da un maschio. Il blu elettrico della pelle è più intenso del classico blu mare degli oriontani comuni ed è anche più alto della media della sua specie, raggiunge quasi i 4 metros invece dei soliti 3. Ma quello che più mi da da pensare sono le orecchie: rispetto al solito le proboscidi sono più lunghe, solitamente arrivano alle spalle o poco più ma le sue arrivano alle natiche, col classico lividore che permette di vedere tutti i vasi sanguigni, danno l’impressione di riuscire a percepire anche i pensieri oltre ai classici ultrasuoni ed infrasuoni.
Nell’altra poltrona un arquiliano. Fisicamente è come tutti gli arquiliani: basso, piccolo e brutto. La sua specie ha fama, non so se a torto od a ragione, di essere molto intelligente ed abili strateghi. Forse per i lobi frontali molto sviluppati, forse per le quattro mani sempre costantemente in movimento per valutare, esporre e distrarre gli altri. Forse per la parlantina che hanno. In ogni caso è altamente improbabile che un'altra specie li osteggi direttamente.
Ma, tant’è nel mio lavoro non si va molto per il sottile.
Dopo averli tenuti sulle spine per quasi due frazioni con il mio classico gesticolare ampio rispondo alla sua richiesta: “Mi spiace signor Crasintus, ma non è possibile distruggere pianeti da un dì all’altro, ci sono leggi galattiche da rispettare e tempi tecnici prestabiliti che non si possono ignorare.
In primo luogo nessun pianeta del sistema deve ospitare la vita, in qualsiasi forma: di conseguenza è necessario un sopralluogo preliminare.
In secondo luogo il pianeta in questione non deve essere in grado di ospitarne quindi, anche se attualmente non ne ospita, sono esclusi, tra gli altri tutti i pianeti di classe K, I, J, eccetera eccetera.
Oltre ciò è necessaria l’approvazione e della commissione scientifica galattica, del comitato mineralogico interspazale e del senato della repubblica perché la materia rossa, l’unica che permette il lavoro in tempi utili viene estratta solo ed esclusivamente dal pianeta Rashanti sotto stretto controllo militare e politico e viene consegnata ad operatori come me solo ed esclusivamente dietro formale e documentata richiesta.”
“Tutto giusto e tutto corretto mister Crodon” mi interrompe il compagno del mio interlocutore “ma non era questa la domanda.
Le ha chiesto se, avendo tutti i permessi ed i materiali necessari, fosse possibile farlo entro un esade, od al massimo entro un quarzo.
Daltronde se 6 dì non sono sufficienti suppongo che 24 lo siano dato che il pianeta in questione è a meno 45 annai luce da qui, già con la mia vecchia astronave che ha quasi 15 annai e li comincia a sentire, in 3 dì ci si arriva tranquillamente.”
“Allora mettiamola così” rispondo ”se avessi tutti i permessi, materia rossa sufficiente e già accreditato l'anticipo sul conto potrei andare e tornare in un dì, un dì e mezzo più un altro mezzo dì per i controlli pre-lancio e la distruzione, d'altro canto bisogna rimanere ad una certa distanza dal bersaglio in quanto anche un lieve errore di calcolo sui parametri potrebbe generare la distruzione o comunque problemi a catena su tutto il sistema.”
“Bene, mister Crodon, è tutto quello che volevamo sapere, arrivederci.”
Appena Crasintus e Clabaci sono usciti dall’ufficio chiamo con l’intervideo mia moglie e segretaria Jalinda e la informo che sto chiudendo l’ufficio per parlare con l’ammiraglio Ahakoiji prima di tornare a casa, quindi deve andare lei a prendere nostro figlio Filippide a scuola.
Il nome di Ahakoiji è strano, non è Crastiano, e non si è mai sentito niente del genere in tutta la galassia, Ahakoiji non ha alcun senso in nessuna delle lingue parlate in tutta la BlackEye.
Di solito quando al compimento dei 25 annai otteniamo i diritti da adulti scegliamo il nostro nome, che comunque possiamo cambiare in ogni momento, da qualche avo o comunque con un qualche significato.
Il mio, ad esempio, Crodon è quello del mio bisnonno ed il significato è “colui che può”.
È vero che alcuni scelgono nomi di fantasia ma si possono sempre ricondurre a qualcosa. Quello dell’ammiraglio è anomalo, è sempre stato affascianto da una lontanissima galassia chiamata WhiteMilco, chissà perché la chiamano così, è una banalissima galassia a spirale. Probabilmente avrà captato il nome da un qualche flusso fonico che arriva da lì, se non erro, ogni 2400 annai.
“Pronto? Qui è il grandammiraglio Ahakoiji!”
“Ciao Ahakoiji, sono Crodon, come va?”
“Cosa vuoi? So benissimo che non mi chiami per sapere come sto e sai benissimo che odio i convenevoli. Arriva al dunque.”
“Accidenti sei sceso dal letto dal lato sbagliato?”
“Cosa vuoi? Ho da fare.”
“Ok, ok vengo subito al dunque. Sono appena usciti dal mio ufficio un oriontano, sempre se era di Orionis ho dei dubbi a riguardo, di nome Crasintus ed un arquiliano di nome Clabaci con delle richieste piuttosto strane.”
“Che genere di richieste?”
“Bhe in pratica mi ha chiesto se in un esade posso distruggere un pianeta.”
“E che c'è di strano? Non è il tuo lavoro?”
“Sì, sì ma lo strano è che non mi ha detto né quale né mi ha chiesto il costo.”
“Mmmm, saranno solo un po' eccentrici, non ci vedo niente di strano ma perché, piuttosto, hai dei dubbi sulla specie dell’oriontano?”
“Vedi, per essere un oriontano era di un blu un po’ strano era troppo alto e poi era… maschio.”
“Che? Un oriontano maschio che ti chiede di distruggere un pianeta? In effetti è strano, per caso hai registrato l'incontro?”
Sorridendo “sai benissimo che il mio edificio è sotto costante monitoraggio. Se vuoi posso mandarti le registrazioni dell'incontro.”
“Sì mandami soprattutto quella radiotermicacustica che provo ad identificarlo.”
“Ok, te le mando il prima possibile.”
“Un'altra cosa… se si rifanno vivi… chiamami prima ancora di parlarci.”
“Certo ammiraglio, lo farò, salutami quella santa di tua moglie.”
“Sì, come no, ciao” e mi attacca brutalmente l’intervideo in faccia.
2. Secondo incontro
Mi ero quasi dimenticato di quei due strani individui quando, un mueze dopo, in pieno inverno Jalinda bussa alla mia porta, apre e fa “è arrivato quel gigantesco oriontano di Crasintus senza appuntamento, lo faccio passare?”
Resto a bocca aperta e, dopo qualche istante di smarrimento rispondo “no dammi una frazione che chiamo Ahakoiji, ti faccio segno con l’intervideo quando può passare, offrigli un caffè intanto.”
Jalinda torna di la ad intrattenere l’ospite mentre chiamo:
“Pronto? Qui è il grandamm…” lo interrompo prima che finisca la sua classica frase.
“sono Crodon è tornato quell’oriontano che ti dicevo tempo fa”
“Crastintus?”
“Crasintus!”
“Sì, sì, quello… ci hai già parlato?”
“No, è in attesa, cosa vuoi che faccia?”
“Lascia la comunicazione aperta così che io possa sentire ma non farlo capire”
“Ok”
Con l’intervideo mando un messaggio a Jalinda che fa passare l’ospite.
I classici saluti, strette di mano e convenevoli che si usano in queste circostanze.
Dopo un po’ di chiacchere sprecate “mi dica signor Crasintus, cosa posso fare per lei oggi?”
Crasintus sorride mostrando tutti i denti “mister Crodon come vede oggi non è venuto con me mister Clabaci perché devo offrirle un lavoro speciale.
Non che non mi fidi di lei ma, se permette” estrae dalla tasca interna della giacca un piccolo apparecchietto a forma di sigaro a cui “gira” una estremità ed accende una luce rossa “ora nessun apparecchio di registrazione o trasmissione audio video funzionerà nel raggio di 50 metros.”
“Non può farlo” affermo deciso.
“Certo che posso, e l’ho fatto” ha un sorriso falso stampato in volto “Clabaci è con Filippide”.
Mi agito sulla poltrona e nella sua mano compare un’arma “si calmi, non succederà nulla a suo figlio se farà quanto le chiedo”
Mi rilasso guardando negli occhi Crasintus che riprende: ”non dirà niente a sua moglie che tornerà a casa tranquilla, lì verrà sedata e si sveglierà solo quando lo decideremo noi.
Lei uscirà di qui quando sarà buio ed andrà alla sua nave, che è già stata predisposta e caricata di tutto il necessario, sulla consolle troverà un messaggio che seguirà alla lettera.
Se non torna entro due esadi sua moglie e suo figlio moriranno.”
Dopo un attimo di pausa: “è tutto chiaro?”
Annuisco fermamente, si alza e se ne va lasciando il dispositivo funzionante sulla mia scrivania.
Resto perplesso e titubante tutto il giorno, stasera Filippide avrebbe dovuto fare gli allenamenti e lo avrebbe riportato l’allenatore quindi Jalinda non si accorgerà della sua assenza fino a molto tardi, sempre se non è già stata sedata.
Io sarò già in viaggio.
3. Partenza
È buio pesto quando esco dall’ufficio e mi dirigo verso l’hangar.
È un vecchio edificio costruito in metallo ondulato mezzo arrugginito grande 50x50 metros ed alto 12. Contiene la mia astronave e gli attrezzi di officina per ripararla. Va riparata piuttosto spesso: è vecchia, ha fatto molti viaggi e la manutenzione è costosa. Ho pensato spesso di sostituirla ma una nuova adatta costa troppo per le mie finanze quindi dovrà durarmi ancora per molti annai.
Il lucchetto che chiude la porta è spaccato, evidentemente Crasintus, o chi per lui, non è andato molto per il sottile per entrare.
Apro la porta. La nave è al suo posto lucida e pulita come sempre, sembra intatta.
Non è molto grande, non molto più di una navetta ad uso privato, è lunga poco più di quattro metros e larga poco più di tre, piuttosto brutta a vedersi, sgraziata e poco aerodinamica ma è adattissima al suo lavoro.
Apro lo sportello e vi entro. Alla consolle di guida, composta principalmente da una poltrona girevole, due schermi ed una serie di manopole e leve trovo un biglietto con delle coordinate, probabilmente quelle del pianeta da distruggere.
Sul cruscotto le foto di mia moglie Jalinda e di mio figlio Filippide mi sorridono. I miei tesori, tornerò presto.
Accendo gli strumenti ed effettuo una diagnostica della nave:
- serbatoio antimateria per i motori - pieno
- stoccaggio di basi linfocitopatiche per il materializzatore alimentare - completo
- liquido refrigerante - livello massimo
- livello basi azotate produzione elementi vitali - 100%
- serbatoio di materia rossa - pieno
- serbatoio aggiuntivo di materia rossa - pieno
Serbatoio aggiuntivo? Mai avuto un serbatoio aggiuntivo ma che razza di pianeta devo distruggere? Già il serbatoio pieno permette di distruggere una ventina di pianeti diversi, un doppio serbatoio mi sembra esagerato.
Lasciamo perdere, non devo pensare a queste cose, sono stato ingaggiato, si fa per dire, per un lavoro ed è bene farlo senza indugi.
Faccio retrocedere la nave ed esco dall’hangar.
In un area aperta cambio configurazione alla nave: escono due ali dai lati lunghi della stessa, fuoriescono gli ugelli di manovra lungo tutto lo scafo, escono le alette stabilizzatrici di coda e viene magnetizzata la struttura.
Agisco sulle leve dei comandi degli ugelli inferiori per sollevarmi da terra fino all’altezza di sicurezza, almeno 150 metros, a quel punto inclino la nave portando il muso verso l’alto ed avvio i motori di curvatura, mentre arrivano in piena efficienza, non ci vogliono più di 15 istanti, utilizzo il motore ad impulsi ionici per uscire dall’atmosfera.
Non appena entro nello spazio libero imposto la rotta ed attivo i motori a curvatura massima: non c’è tempo da perdere.
4. Rubinia
Mentre la nave corre veloce verso la destinazione richiamo sullo schermo la mappa indicata alle coordinate.
In quella zona non c’è altro che un pianeta vagante, oltretutto immobile nel vuoto dello spazio. Piccolo, molto piccolo, al massimo può essere considerato un pianeta nano, non certo da giustificare tutta la materia rossa che è stata caricata sulla nave. Freddo come il nulla circostante, immobile, stagnante in questo angolino di galassia.
Stranamente, però, ha un nome: Rubinia. Strano sia stato dato un nome ad un sasso del genere. I dati che posso richiamare dal computer di bordo non danno altre informazioni sono, comunque, molto aggiornati, risalgono a non più di 15 dì fa, anche troppo recenti.
Scandaglio l’area circostante per molti milioni di chilometros per essere certo che non vi siano altri pianeti o sistemi degni di nota che giustifichino il mio lavoro qui.
Il computer ci mette alcuni istanti, quasi mezza frazione, prima di darmi le informazioni richieste.
Nel raggio di 150 miliardi di chilometros non c’è niente, il vuoto più assoluto, neanche un po’ di polvere cosmica o di gas.
Indubbiamente il mio obiettivo è Rubinia.
Anche se perplesso mi accingo a compiere il mio lavoro.
Solitamente la distanza di sicurezza per la distruzione di un pianeta nano è di circa 500 milioni di chilometros ma, visto che Rubinia è circa un terzo della dimensione normale di un pianeta nano stimo la distanza di sicurezza in 150 milioni di chilometros.
Traccio una rotta di avvicinamento e mi posiziono ad una distanza di 200 milioni di chilometros.
La preparazione del raggio distruttore mi occupa una intera frazione di tempo, è un’operazione standard ma, comunque, molto complicata e rischiosa. La materia rossa è molto potente ed instabile ed infatti soltanto poche persone sono abilitate a maneggiarla, siamo il club esclusivo più ristretto di tutta la galassia probabilmente siamo solo in 10 o 15 a poterla usare ufficialmente. Ufficialmente appunto perché come in tutte le cose esiste il mercato nero e gli utilizzatori illegali; lo dimostra anche il fatto che Crasintus e Clabaci abbiano potuto riempirmi non uno ma ben due serbatoi di materia rossa. Sul mercato nero ha un prezzo esorbitante.
Ho sincronizzato il sistema del raggio con il serbatoio principale, calibrato in base alla densità della materia rossa presente, verificato i sistemi di puntamento, di otturazione, di saturazione, di ionizzazione e catalizzazione. I preparativi sono terminati.
Mi sposto alla consolle operativa mentre la Jolly Spare, la mia nave, staziona, grazie al pilota automatico, a 198.7 milioni di chilometros dal bersaglio.
Effettuo il puntamento, verifico la calibrazione del raggio, imposto in base alla dimensione ed alla massa, un tempo di lancio di 5 istanti e premo “engage”.
Viene sparato un raggio rosso molto intenso verso il pianeta per la durata prevista che, con mia somma meraviglia, non produce alcun risultato. Non soltanto il pianeta non è stato distrutto ma non è presente alcun danno.
Questa è una cosa impossibile: non esiste niente che possa resistere ad un raggio di materia rossa! Anche i serbatoi stessi sono fatti di materia rossa cristallizzata con pressioni altissime.
Riguardo più e più volte il video del lancio. Sempre più attentamente.
Alla fine, alla centesima volta, o giù di lì, lo vedo.
Poco prima di raggiungere il pianeta il raggio si dissolve. Non come se ci fosse un campo di forza, in tal caso si vedrebbe l’impatto sul campo stesso ma come se venisse assorbito da qualcosa.
Vista la quantità di materia rossa in mio possesso tento più e più volte con distanze sempre minori e durate sempre maggiori. Dopo una decina di tentativi decido che l’unica possibilità è quella di scendere su quel dannato sasso ed agire manualmente.
Ovviamente non c’è un’atmosfera su Rubinia quindi dovrò indossare la tuta ed attivare il respiratore.
Non c’è nemmeno gravità quindi, la cosa migliore è atterrare con la nave ed ancorarmi ad essa con un cavo di duratanio.
Con le sonde stabilisco che il punto migliore per atterrare è un avvallamento a nord, rispetto alla mia posizione, quindi mi ci dirigo sperando che ciò che ha assorbito il raggio non distrugga la nave ed atterro.
Preparo un paio di bombe ad orologeria di materia rossa e mi accingo a scendere dalla nave.
Nella cabina di decompressione, prima di aprire il portello esterno mi aggancio alla mia nave.
Apro il portello, esco.
Non riesco a fare cinque passi che perdo i sensi.