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Siamo tutti cadaveri
Avevo otto anni quando mi uccisero… il ragazzino che tornò a vivere, così mi chiamarono tutti perché non ero pronto a morire.
In effetti a qualcuno la cosa preoccupava come era possibile che non fossi morto? Eppure ero rimasto morto tre giorni, ero già steso sulla lettiga pronto per essere cremato quando mi sono scosso e sono caduto in terra. No, non mi avrebbero cremato in una bara, non era necessaria ed era costosa, sarei stato cremato poveramente e le ceneri buttate in una scatola per essere poi, forse, buttate nella spazzatura. Nessuno mi aveva reclamato, cioè nessuno aveva reclamato il mio corpo.
Mi guardai intorno e vidi l'addetto stupefatto farsi il segno della croce più e più volte ripetutamente e continuamente, balbettava qualcosa, forse qualche preghiera, non saprei non capivo una parola. Mi misi a sedere sul pavimento freddo. Ero nudo. Ovviamente perché sprecare dei vestiti per un bimbo senza nome? Tanto nessuno mi avrebbe visto e nessuno lo avrebbe saputo.
Quando mi alzai quell'ometto secco striminzito lanciò un urlo e corse via.
Cercavo ancora qualcosa da mettermi addosso quando arrivarono tutti: il prete, alcune pie donnette col fazzoletto in testa ovviemente tutte con un rosario in mano a snocciolare ave marie e padri nostri, la legge: un paio di carabinieri, si sa quelli vanno sempre a coppia e curiosi d'ogni sorta. Tutti con la faccia inebetita e lo sguardo perso e meravigliato a guardarmi come fossi un animale allo zoo o una pulce ammaestrata.
Non li degnai di più di uno sguardo, ormai avevo trovato degli indumenti e delle scarpe e mi vestii.
Volevo andarmene ma, con tutta quella gente a guardarmi, sarebbe stato difficile.
Non ci potevano credere ed in effetti come dargli torto. Ricordo benissimo quando sono stato ucciso, credo che non lo dimenticherò mai, e come potrei? Certo, non so perché dovevo morire ma quell'uomo, quella faccia no, non potrò mai dimenticarla, nessuno potrebbe.
Ero nel mio vicolo a cercare qualcosa da mangiare nel cassonetto del ristorante. Non immaginate neanche quanto buon cibo va sprecato, gente che ordina di tutto e non mangia niente, novelli fidanzati che ordinano ogni ben di dio e spiluccano solo poche foglie d'insalata ed un morso di pane persi negli occhi l'uno dell'altra, manager indaffarati che ordinano bistecche che appena assaggiano e buttano solo perché interrotti da una telefonata e gli si "fredda"… le crocchie di ragazzi non mi piacciono, quelli di solito non lasciano niente e se lasciano qualcosa è una crosta immangiabile, cioè almeno per loro, io mangio anche quelle, come non mi piacciono le riunioni di ragazze, quelle che spiluccano solo insalate perché sono perennemente a dieta… certo mangio anche i loro avanzi ma non è che ci sia molto da mangiare lì, se va bene una costa di sedano ed un pomodoro.
Ero infilato con la testa nel cassonetto quando sento rotolare qualcosa per strada "oddio", mi sono detto, "Mario m'ha beccato un'altra volta" e mi sono voltato a guardare. Non era Mario, il titolare del ristorante, né Franco il cuoco. Franco mi avrebbe messo davanti un secchio d'acqua pulita per sciacquarmi ed un buon piatto di pasta calda… ah buon vecchio Franco. Non posso tornare lì, se mi vede gli prende un colpo e mi dispiacerebbe.
Era un tizio sconosciuto, vestito abbastanza bene per un vicolo, con un cappotto lungo di lana ed un berretto sulla testa, occhi grigi, una cicatrice. Uno squarcio più che altro, rosso che gli attraversava la faccia: dall'attaccatura dei capelli gli attraversava l'occhio sinistro, gli sfregiava il naso e sgli sbertucciava anche mezzo mento. Non ci dedicai più di tanto a guardarlo, era un poveraccio come me, e mi rimisi a frugare nel cassonetto. Ero contento ne uscivo trionfante: avevo trovato un cosciotto di pollo appena toccato e non ancora attaccato dalle formiche ed un tozzo di pane non troppo duro, avrà avuto due giorni, massimo tre. Mi recavo verso il mio angolino buio per gustarmi quelle prelibatezze quando quel tipo tira un urlo e mi si avventa contro. Vedo una lama avventarsi su di me e cerco di proteggermi ma quell'uomo ha la meglio su di me: un ragazzino di otto anni affamato. Non so quante volte sento quella lama trafiggermi il petto, fino all'ultima, quella decisiva, quella alla gola. Le cicatrici ormai sono scomparse e nessuno si ricorda più di me se non quando qualche giornalista riesuma la notizia. Ma ormai non sto più in quel vicolo ho cambiato anche città, ma questa è un'altra storia.
Esattamente come pensavo uscire da lì, con tutta quella gente a guardarmi come un, un, bho, un diavolo? un alieno? un mostro? non so come mi guardavano in verità, di sicuro per loro ero un qualcosa di strano. Uscire da lì non fu facile. L'addetto al forno era tornato con tanto di badile, che forse voleva accopparmi per finire il lavoro? Il prete e le donnette pregavano a più non posso sgranando i loro rosari, gli unici su cui potevo fare affidamento, era la legge: i carabinieri.
Mi avvicino al più alto dei due e faccio "ehi capo… posso andarmene via da qui?" quello si scuote, guarda in faccia al collega e risponde "è meglio se vieni con noi ragazzino, ti dobbiamo fare qualche domanda"
Soddisfatto della piega degli eventi, seguo i due carabinieri alla macchina, e meno male. Fuori c'era una ressa che non ti dico, pieno di curiosi di vedere e capire che succedeva e alcuni giornalisti, anche alcune emittenti televisive. Già ero noto con il nomignolo "il ragazzino che tornò a vivere".
Dai carabinieri raccontai tutto quello che ricordavo, cioè nulla a parte descrivere l'uomo che mi ha aggredito perché, in effetti, non sapevo nulla. Sfortunatamente, però, ero entrato nelle grinfie del sistema: non è possibile che un ragazzino di otto anni viva da solo, oltretutto per strada. I carabinieri chiamarono un giudice, il giudice mi assegnò ai servizi sociali, i servizi sociali ad un orfanotrofio. Ma ci rimasi poco. Ero abituato alla libertà, certo, era piacevole avere un tetto sulla testa e dei pasti caldi tutti i giorni ma c'erano troppe regole, troppo rigide, troppo noiose, quindi, giusto il tempo di rifocillarmi e far chiudere le ferite infertemi da quel pazzo.