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Il ragazzo che voleva morire

La risacca, quella notte, rappresentava tutto il creato.
Le onde si rincorrevano fosforescenti una dietro l'altra, nel buio le stelle risplendevano in cielo come fossero tutt'uno con l'infinito.
Dio esisteva.
Solo allora mi accorsi di questa verità, solo allora notai il mondo intero e vidi.
Vidi, nel buio, l'infinito.
Vidi, nel buio, il mio destino.
L'acqua, la risacca, mi chiamava, mi liberai dell'ingombro dei vestiti e mi ci immersi.
Fredda, vi penetrai lentamente ma decisamente, senza tentennamenti.
Non ho mai imparato a nuotare, quando l'acqua mi arrivò alla gola e l'istinto mi diceva di tornare indietro mi fermai ad ascoltare.
Distante, sulla spiaggia c'era una festa: c'era musica, la gente ballava, beveva, si divertiva. Ma non mi attirava.
L'acqua mi richiamò a sè, la sua voce era potente, tenera, tranquilla e mi distolse dai rumori terreni.
Mi volsi al buio ed avanzai.
Il mio corpo, la mia mente mi diceva di tornare indietro ma il richiamo mi spingeva avanti, sempre più lontano.
L'acqua stessa mi condusse lontano, la spuma delle onde mi faceva da cuscino e da manto e mi trasportò oltre quel buio.
Non so per quanto tempo il mare mi portò con sè ma al mattino ero arrivato alla mia nuova dimora.
Ero steso, nudo, su una spiaggia bianca e vuota a perdita d'occhio. Oltre la spiaggia una foresta. Oltre la foresta una montagna.
Il sole mi riscaldava e mi asciugò dall'acqua di mare.
Il silenzio era divino.
La risacca, quella mattina, rappresentava tutto ciò che esiste.
Venne dal folto della foresta il richiamo, come la sera prima aveva fatto il mare, quel giorno la foresta mi chiamò, con insistenza ma con calma.
Il sole cominciava a scaldare la sabbia, m'inoltrai verso il folto.
L'ombra mi avvolse quasi istantaneamente e la foresta mi avvolse. C'era fresco. Il mio corpo nudo risentì dello sbalzo termico ma, con un sussurro, gli alberi mi riscaldarono.
Continuai ad avanzare verso quella voce, la voce della foresta. Camminai tutto il giorno.
Quando venne il tramonto mi riposai appoggiato ad un albero. Cominciava a fare freddo, avevo i brividi. Ma la terra, il muschio, era caldo, mi stesi e mi addormentai.
Dormii tranquillo, cullato dalla foresta e confortato dai suoi rumori.
Al mattino, al mio risveglio, un serpente mi guardava con i suoi occhietti scuri. Gli sorrisi e strisciò via soddisfatto.
Ero ricoperto di foglie, cadute dagli alberi durante la notte, mi avevano riparato dal freddo e dall'umidità. La foresta mi aveva protetto.
Sentivo un fruscio d'acqua nelle vicinanze, mi diressi in quella direzione. Da una roccia zampillava una stilla d'acqua che si raccoglieva in una pozza da cui partiva un ruscello limpido.
Affondai la testa nella pozza e mi abbeverai. Avidamente bevvi quell'acqua stupenda, dolce e salubre.
Saziatomi sentii di nuovo il richiamo. Veniva dal folto del bosco. Non potevo resistere. Lo seguii.
Nuovamente camminai tutto il giorno ma non era più la voce della foresta quella che mi chiamava, proveniva dalla montagna.
Avevo i piedi doloranti ma, ancora una volta, la foresta si prese cura di me.
Mentre la montagna si faceva sempre più vicina il sottobosco come un manto ricopriva il terreno, sembrava di camminare su una nuvola.
Ai piedi della montagna trovai una cengia, dove trovai riparo per la notte.
Quella notte, il vento la faceva da padrona e mi accarezzava la pelle. Dormii tranquillo.
Al mattino trovai ad osservarmi uno scoiattolo con la coda avvolta intorno al corpo che sgranocchiava una noce, od una ghianda, non saprei di preciso. Non appena mi vide sveglio se ne tornò nel bosco.
Seguii il richiamo fino ad una grotta, proveniva dall'interno. Era buio la dentro.
Quando i miei occhi si abituarono al buio cominciai a vedere dei riflessi che brillavano sulla volta. I riflessi splendevano sulla mia testa come stelle nel cielo, come fossero tutt'uno con l'infinito.
Seguii il richiamo fino in fondo alla grotta. Non so quanto scesi sotto terra, non so che giorno era, camminai per molto tempo e le rocce mi ferirono i piedi. Ma non sentivo dolore, dovevo solo proseguire, seguire quella voce.
In fondo alla grotta c'era un laghetto. Il richiamo veniva dall'altra parte. Lo attraversai, non era profondo, l'acqua mi arrivò alla vita ma era fredda, gelida. Tutto il mio corpo s'intirizzì.
Proseguii oltre, oltre, ed ancora oltre.
E lì l'incontrai. Ero arrivato al dunque. Ero lì, solo, nudo non solo nel corpo ma anche nell'anima, senza alcun orpello e senza alcuna difesa.
Non c'era bisogno di parole, ero arrivato, la voce s'interruppe.
Quell'essere, bianco, etereo, mi attendeva. Mi sorrise e io sorrisi di rimando. Pur senza parlare comunicammo a lungo, non so quanto.


Mi avevano cercato per 15 giorni prima di abbandonare ogni speranza, prima di dichiararmi disperso, prima di dire che mi ero suicidato.
Quando, quasi un mese dopo, ricomparvi sulla spiaggia, completamente nudo la stagione era finita.
Mi tempestarono di domande: dov'ero stato, come c'ero arrivato, com'ero tornato, come mi ero nutrito, dove, perché e così via dicendo.
Sorridevo a tutti senza rispondere. Come spiegare a tutti dov'ero stato senza apparire pazzo?
Impossibile.
Ancora mi manca quel posto, quel paradiso, e vorrei tornarci ma non sento più il richiamo, non c'è più quella voce, quella guida. E senza quella si può solo morire.

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