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===== Ancora una bottiglia Lou =====
Quel tipo non era mai venuto al bar, mai.
Sembrava un tipo normale, forse un po' sovrappeso ma neanche troppo, ho visto di peggio.
Arrivò da solo, non era una cosa anormale, in tanti vengono al bar da soli, poi magari trovano per fare una partita a carte, alcuni anche a scacchi, qualcuno per fare due chiacchere, ogni tanto qualcuno rimorchia ma lui no. Solo arrivò e solo se ne andò. Non era venuto per niente del genere. Era venuto solo per bere.
In oltre trent'anni dietro un bancone ho visto di tutto, ho ascoltato di tutto. Noi baristi, alla fine, siamo degli pscicologi a buon mercato, una o due bottiglie, un po' di tempo e ti raccontano di tutto. Ma lui no, non avevo mai incontrato una persona del genere.
Arrivò entrando dall'entrata principale e si guardò intorno, come se valutasse se era il bar per lui. Si sedette ad un tavolo d'angolo ed attese.
Non siamo soliti servire ai tavoli ma, non c'era molto traffico pur essendo già dopo cena e gli chiesi cosa potessi servirgli. Birra.
Non specificò quale od altro, non gli interessava. Voleva solo bere.
Spesso, mi sono abituato a questo, persone del genere dopo un paio di birre cominciano a parlare, è mio compito, od almeno ho sempre pensato così, come barista di ascoltare i problemi degli avventori e, anche se non puoi aiutarli, dargli un supporto. È questo, in fondo quello che chiedono quando vengono a bere: qualcuno che ascolti la loro storia.
Dopo un paio di birre mi avvicino, dato che non c'è nessuno, e gli chiedo se va tutto bene. Lui, semplicemente, scola il bicchiere e "portamene un'altra".
Non è ancora pronto. Probabilmente regge bene l'alcool, a volte ce ne sono, hanno bisogno di andare oltre, di bere più degli altri. Il suo aspetto non mi diceva niente di tutto ciò, ma il suo atteggiamento sì.
Bevve, bevve e bevve ancora. Non so dove mettesse tutto quell'alcool. Dopo tre pinte era ancora tranquillo a pensare ai fatti suoi, senza aver ancora detto una parola.
Dopo la birra cambiò genere e mi chiese una bottiglia di scotch. Non aveva la voce impastata, era come se, fino a quel momento, avesse bevuto acqua. Anche il suo sguardo era normale, tranquillo, lindo e pulito non come quello di uno che avesse bevuto un litro e mezzo di birra: spento e pesante, no, era acceso e luminoso.
Gli porto la bottiglia ed un bicchiere adatto e mi siedo di fronte a lui.
"Ehy amico, tutto bene?" gli chiedo.
Con estrema calma stappa la bottiglia, la guarda e ne assapora l'aroma, prima ancora di versarla nel bicchiere mi guarda negli occhi e mi chiede: "non hai un bourbon invece di questo scotch?"
Non c'è traccia d'indecisione in quegli occhi, guardo verso il bancone un attimo per accertarmi di cos'altro ci sia e gli rispondo "no, questo è il meglio che ho".
Dopo un sospiro di rassegnazione osserva il tumber: secco, diritto, con solo mezzo dito di fondo e senza bombature. Evidentemente è un conoscitore e mi guarda interrogativamente alzando un sopracciglio, un po' contrito rispondo al suo quesito non espresso: "no, non ho niente di meglio nel bar, devi accontentarti."
Poggia il bicchiere sul tavolino, versa un dito dello scotch e ne osserva, suppongo, il colore e l'intensità.
Lo porta al naso e ne assapora il bouquet. Una smorfia non poroprio soddisfatta gli attraversa il volto ma lo tracanna d'un fiato. No, non è esatto. Credevo l'avesse tracannato ma lo ha mantenuto in bocca, lo osservo mentre lo fa scorrere da un lato all'altro della bocca e, suppongo, muove la lingua per carpirne ogni singolo frammento di aroma finché lo deglutisce. Anche qui, vedo che non porta fretta, con calma sembra deglutire ogni singola goccia, centellinarlo, forse per riempirsi la bocca di ogni singolo frammento aromatico.
Una volta terminato quel dito mi guarda, come a dire "contentiamoci" e si riempie il bicchiere.
Un altro avventore è al bar e vado a servirlo. Vuole un aperitivo e perdere un po' di tempo prima di cena. Il mio amico si gusta con calma il wiskey.
Quando torno al suo tavolo scopro che la bottiglia è stata vuotata per 3/4, niente male, oramai sarà pronto per parlare.
Comincio con il mio solito repertorio di domande: chi sei? che fai? dove lavori? come va la vita? e compagnia bella ma lui, risponde praticamente a monosillabi o ribaltandomi le domande. Probabilmente gli ho raccontato più io di me che lui di sè, ed infatti dopo un po', quando la bottiglia è finita mi dice "il tuo problema è semplice Lou, se mi offri un'altra bottiglia ti dirò come risolverlo e fare soldi a palati".
Sono ovviamente curioso, non può essere completamente sobrio ma il suo sguardo non vacilla e sembra certo di quanto dice.
Accetto, quindi, lo scambio e lo ascolto spiegarmi come comportarmi con la mia ragazza e come investire i miei pochi spiccioli per ottenere dieci volte tanto in poco più di sei mesi. Garantito, dice. Per convincermi, apre il portafogli e compila un assegno a sei zeri intestato alla Global Inc.
Lo guardo interrogativamente e mi porge i suoi documenti che lo identificano come JJ Abrahams. Non l'ho riconosciuto perché non è mai stata pubblicata una sua fotografia e quindi il suo aspetto mi è ignoto, ma il suo nome è noto a chiunque, è il titolare della Global Inc., plurimiliardario e dedito a svariate opere di beneficienza.
Continua, imperterrito, a bere con calma il suo scotch, bicchere dopo bicchiere. Dopo la seconda bottiglia, quella che mi ha estorto, torno a sedermi di fronte a lui che mi guarda interrogativamente "non credi di aver bevuto abbastanza?" gli chiedo.
Mi guarda, tende la mano sopra il tavolo e la osserva insieme a me. Immobile, inflessibile.
"Come vedi" mi dice "sono sobrio. Portami ancora una bottiglia Lou"
Non era ubriaco, era ancora totalmente sobrio, con quale motivo impedirgli di bere?
Gli portai un'altra bottiglia.
Continuammo così, una bottiglia per volta, finché non caddi riverso dal sonno sul bancone e mi risvegliai il mattino dopo.
Non ho più incontrato un bevitore del genere.