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===== La tenda ===== Attraverso la prateria a piedi, il mio cavallo era stremato e l'ho lasciato libero. La sella ed i finimenti li ho buttati lì, tanto non mi servono più. Continuo ad andare verso ovest, imperterrito. Dio cosa darei per un po' d'acqua, sono due giorni che non trovo una pozza, il succo dei cactus è amarognolo, non mi piace affatto ma, almeno, mi disseta.
Mi risveglio per il dondolio, apro gli occhi e non vedo altro che una pelle sulla mia testa, guardando bene mi copre del tutto e sono steso su altre pelli. Mi riaddormento cullato da questo dondolio.
Quando mi sveglio nuovamente sono steso a terra su delle pelli, dentro una tenda. Alcune donne mi stanno curando una ferita alla testa che non ricordavo di avere. Non appena apro gli occhi una di loro mi porta un otre di pelle alla bocca e mi versa alcune gocce d'acqua sulle labbra. Ahhh che goduria, acqua fresca, ne berrei a non finire ma, saggiamente, la donna mi trattiene. Rientra una ragazza che avevo percepito uscire quando ho aperto gli occhi seguita da un uomo grande, grosso e muscoloso. Mi sorride.
Le donne escono. Comincia a parlarmi. Non capisco una parola di quello che dice, non conosco la sua lingua od il suo dialetto. Se ne accorge e comincia a parlarmi in uno stentato inglese. Grazie al mio inglese maccheronico riusciamo a capirci, comprenderci.
Mi rifocillano, mi dissetano, mi curano.
Passano i giorni. Le donne non vengono più da sole, c'è sempre un uomo con loro. Probabilmente non si fidano dello straniero, anche se ferito, come fidarsi di uno che attraversa la prateria a piedi, da solo.
Finalmente mi sento meglio e mi permettono di alzarmi, di uscire dalla tenda.
È un accampamento piccolo, ma non troppo, una ventina di tende coniche, classiche: uomini e donne che lavorano, bambini che giocano con alcuni cuccioli di cane, cavalli.
Sono rimasto con loro alcuni mesi, ho vissuto con loro, mi sono divertito con loro, ho cacciato con loro, ho migrato con loro.
Ad un certo punto, ormai autunno, dobbiamo dividerci, loro vogliono andare a nord, io ancora ad ovest.
Prima di lasciarci il capo mi dice "prima di salutare il nostro fratello dobbiamo interrogare gli spiriti".
Sono delle persone molto religiose e li avrei offesi se non avessi accettato di interrogare, con loro, gli spiriti. In realtà non so bene cosa aspettarmi, non sono mai entrato nella tenda del saggio e non l'ho neanche mai visto, so solo che ogni tanto vanno ad interrogarlo e ne escono dopo qualche ora lieti, lievi e soddisfatti.
La tenda del saggio è ampia, la più grande di tutte, sono rimasto stupito entrando dallo scoprire che al suo interno vi è un'altra tenda. Sono insieme al capo e, come lui, ci spogliamo prima di entrare nella tenda interna.
Appena entrato non vedo niente. L'aria è greve di una densa nube biancastra, dolce e piccante al tempo stesso, pesante e leggera, non saprei come definirla altrimenti, sembra di entrare in una nuvola.
Non capisco chi c'è con me, so che c'è il capo, dovrebbe esserci il saggio ma, non vedo nulla.
Dopo un po' i miei occhi si abituano e comincio ad intravedere qualcosa oltre la nebbia. Pensavo che il saggio fosse un vecchio invece scopro che è una giovane donna. Anche lei, come noi, completamente nuda. La cosa, in effetti, mi imbarazza un po'.
Scopro il capo guardarmi mi sorride ammiccando al saggio e mi sussurra "respira con calma".
La ragazza, il saggio, dice qualcosa, è una cantilena antica nella loro lingua, afferro solo qualche parola sparsa, che recita ad occhi chiusi seduta a gambe incrociate dondolandosi avanti ed indietro.
Termina di colpo ed apre gli occhi. Si rivolge al capo dicendo qualcosa che non comprendo. È estremamente autoritaria. Il capo fa un cenno di assenso col capo ed esce.
Ricomincia la cantilena. Mi si chiudono gli occhi, sarà il fumo, sarà la cantilena ipnotica, non saprei ma credo di addormentarmi.
Mi trovo in cielo, su una nuvola rossa, di fianco a me il saggio con i vestiti tipici della sua gente. Io, mi scopro vestito di tutto punto, un figurino come mai sono stato.
Mi parla in una lingua che non conosco ma che comprendo ugualmente.
Mi indica la terra sotto di noi.
Da una parte la sua gente unita, gente legata alla terra, alle bestie, alla natura circondata da un cerchio di fuoco che non brucia.
Dall'altra gente vestita come me, in una città del futuro tutta di grigio metallo e specchi e fredda, circondata da spesse mura di ghiaccio, ghiaccio secco. Tutte persone racchiuse in un manto di ghiaccio.
Tra i due blocchi mi indica un puntino, singolo, solitario. Un puntino blu, blu cielo notturno, blu acque profonde. Distante tanto dagli uni quanto dagli altri. Il puntino si allontana sia dagli uni che dagli altri, diritto, come se avesse una meta da raggiungere in fretta.
Guardo la ragazza che mi osserva.
Mi ritrovo nella tenda con la ragazza, il saggio, che mi sorride. Vede che sono perplesso, mi prende la mano e mi riconduce sulle nuvole.
Mi indica un punto lontano, molto molto lontano, tanto che quasi non si vede.
L'osservo bene. Cerco di vederlo. È un puntino color ambra, ambra lucente, splendente, caldo, troppo caldo. Quel punto si muove tra vari cerchi di fuoco e di ghiaccio, ve ne sono anche altri di acqua e di terra, di pietra e di sabbia, non capisco bene, ma quel puntino sembra vagare senza meta e senza sosta; anche quello, sembra, con una direzione precisa.
Guardo il saggio, la ragazza mi sorride.
Mi soffia in faccia un fumo nero. Vedo, ora, tutto accelerare sotto di noi. I due punti isolati si incontrano molto lontano rispetto a dove sono partiti e proseguono affiancati.
Il punto blu si è addolcito, è un blu più soffice, più chiaro. Anche il punto ambra è più tenue, più calmo, non sembra più sul punto di esplodere.
I punti sono rilassati, ed ora sembrano non avere più fretta, proseguono calmi. Sorrido.
La ragazza, il saggio, mi lascia la mano e siamo di nuovo nella tenda.
Fa caldo, sono sudato, sorrido, sono contento, oserei dire felice, come mai lo sono stato prima.
Voglio dire qualcosa alla fanciulla ma lei mi sorride e fa cenno di no col capo. Sorridiamo entrambi.\
Esco dalla tenda, mi rivesto, esco all'aria aperta sorridendo.
Il capo mi attende, mi vede contento, è felice anche lui.
Ci salutiamo come fratelli tra grandi abbracci e strette di mano. Alcune donne piangono per l'addio al fratello straniero che avevno imparato a voler bene.
Ma devo andare. Dobbiamo lasciarci, anche se con le lacrime agli occhi.
Il mio destino, il nostro destino è già scritto.

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