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===== Oltre la banlieue =====
In quel periodo avevo litigato con Bing quindi la banlieue mi era bandita, Bing ne era il padrone indiscusso. Io, invece, ero lo straniero.
Certo, il fatto che conoscessi Bing, i suoi compari e tutta la banda mi garantiva un certo rispetto e, al contempo, una certa freddezza ma era una cosa irrilevante. Nessuno mi ostacolava apertamente, magari facevano dei commenti poco carini ma da un orecchio mi entravano e dall'altro uscivano.
È anche vero che, specialmente nelle zone più estreme, alcuni banditelli da strapazzo cercavano di fare uno sgarro a me per farlo, di riflesso a Bing, ma ahiloro non è che ne fossero granché capaci.
Quando litigai con Bing la notizia circolò veloce nella balieue e, come dicevo, venni bandito. Almeno ufficialmente nessuno mi vedeva quando passavo, nessuno mi salutava, nessuno mi chiedeva nulla ed era una cosa che, tutto sommato, mi stava bene. Giusto nelle zone estreme i banditelli che prima avrebbero cercato di farmi degli sgarri ora erano tutti sorrisi e pacche sulla schiena.
Questo, invece, mi dava un po' noia.
Tutto, comunque, si svolgeva tranquillamente, avevo i miei traffici nella banlieue e non me ne staccai, nessuno d'altronde mi ha mai importunato né prima di conoscere Bing, né durante, né dopo. Probabilmente il fatto che fossi lo straniero, che non dessi molta confidenza a nessuno, che nessuno sapesse da dove venivo, che non avessi una dimora abituale ha aiutato. Certo vivere così alla lunga è faticoso ma è anche divertente.
È divertente vedere come le persone si comportano di fronte all'incomprensibile è divertente.
Nelle zone estreme incontrai Bolois, era un giovane sui 15/16 anni scappato di casa per rintanarsi in una banda. Siccome non aveva ancora partecipato a nulla di particolare per destare l'attenzione sia delle bande sia dei flic cercai di convincerlo a tornare a casa. Non ci riuscii anzi cominciò a diventare la mia ombra: mi seguida dappertutto. Diceva che voleva essere come me. Povero Bolois non sapeva in cosa si invischiava. In ogni caso, dato che non mi dava fastidio, lo lasciai fare.
Solo nel gabinetto di Francoise non ammettevo che venisse. Forse sarebbe stato meglio se glielo avessi permesso.
Andavo da Francoise tutti i giovedì pomeriggio e ne uscivo solo il venerdì verso mezzogiorno. Non so cosa pensasse Bolois e, francamente, non mi interessava.
Francoise era l'unica a conoscere il mio segreto e doveva rimanere l'unica. Certo forse se lo avesse conosciuto anche Bolois non sarebbe morto nel tentativo di scoprirlo, ma chissà forse è stato meglio così.
Quelle notte erano speciali sia per me che per Francoise, passavano in un lampo e, quando andavo via, si lamentava sempre che duravano così poco.
Certo anche a me dispiaceva andarmene ma così doveva essere.
Era una ragazza dolce ed ingenua, non sapeva che le succhiavo via il fiore della vita. Chissà forse se lo avesse saputo mi avrebbe comunque fatto proseguire. Mi donava tutta se stessa col sorriso, con la gioia e la felicità dipinta sul volto.
Ma non ne approfittavo, non sono mai stato il tipo che prende più del necessario, Bing era così, lui prendeva tutto e poi gettava gli avanzi. Per questo avevamo litigato perché diceva che non prendevo ciò che mi apparteneva da Francoise ma mi accontentavo delle briciole.
In una di quelle notti Bolois salì sul tetto e cercò di scendere dal camino ma ci rimase incastrato e soffocò per il fumo, era inverno, il camino era acceso.
Quando arrivavo Francoise mi apriva la porta col sorriso, mi abbracciava e mi baciava, tre volte, sempre tre volte. Erano baci dolci e gentili, carichi di affetto.
Non indossava mai granché di solito una vestaglietta od una veste da camera ed era sempre scalza. La prendevo in giro per quei piedini da bambina che si ritrovava, che portavano quel corpo di donna fatta, piena e formosa e quella testa incorniciata da lunghi capelli biondi. Sì, Francoise era una bella donna: bionda, occhi verdi, labbra turgide, seno sodo e prosperoso ma non troppo. Era una gioia per gli occhi.
Al mio arrivo faceva sempre il caffé: nero, forte come piace a me per se ne prendeva una goccia e riempiva la tazza d'acqua, indubbiamente per lei era troppo forte.
Prima di spostarci in camera preparava la cena e la divorava, sapeva che dopo avrebbe avuto bisogno di energie, mentre io la guardavo, la osservavo, lei sorrideva sempre. Oserei dire che era felice.
Dopo aver cenato andava in camera a prepararsi. Non ho mai saputo cosa facesse in quei 15/20 minuti, non l'ho mai capito. Quando era pronta mi chiamava, finivo la sigaretta ed andavo in camera.
Invariabilmente lei era lì, a letto, con solo il lenzuolo a coprirla che mi sorrideva e diceva "vedrai sarò brava", come se non lo fosse sempre.
Anch'io m'infilavo nel letto, l'abbracciavo e le succhiavo via la vita. Di solito dal collo, ma a volte variavo: dalla pancia, dalle gambe, dalle braccia.
Le succhiavo via tutto il sangue. Soddisfatto mi leccavo le labbra gustando le ultime gocce di vita di lei.
Non so quante volte ho pensato, a quel punto, di andarmene ma non lo facevo mai.
Prima le ridonavo la vita, bastava che solo una goccia del mio sangue le sfiorasse le labbra che lei risorgeva.
E mi sorrideva. Contenta e felice di avermi soddisfatto mi chiedeva "sono stata brava?"
Lo era sempre. Sempre. E le dimostravo quanto era stata brava tutta la notte, non mi permetteva di dormire.
All'alba preparavo la colazione e gliela portavo a letto. Mangiava sorridendo e sorridendo mi faceva le fusa.
Solo allora, me ne andavo.