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ܩܪܒܐ

Quell'iscrizione sul portale nella grotta, senza alcun senso per me, mi attrasse, calamitò la mia attenzione.
Non appena vi posai la mano mi sentii trasportato in alto, nel cielo, sospeso su un campo grigio spazzato dal vento costellato da strane forme. Lentamente mi sentii calato al suolo, lentamente vidi quelle forme trasformarsi in corpi immobili.
Solo, in mezzo a tutti quei cadaveri, piangeva un bambino. Nessun rumore tranne quel pianto continuo, sommesso, disperato. Un bambino che invoca la mamma. Ma la mamma non può rispondere, anche se la scuoti non si può segliare, anche se ha gli occhi aperti non ti può sentire. Quella posizione disarticolata mi racconta la sua fine, la sua morte.
Vorrei stringere quel bambino e consolarlo ma sono ancora sospeso in aria. Quando il mio cuore rischia di esplodere dalla compassione vengo sospinto nuovamente in cielo, resto sospeso su un campo dorato.
Nuovamente vengo calato, un gruppo di bambini e bambine cammina. Non c'è un sorriso su quei volti, nessuno ride o scherza. Si allontanano da un campo sterminato pieno di cadaveri. Sono rimasti soli con loro stessi. Nessuno che possa insegnargli cos'è giusto e cos'è sbagliato. Nessuno che possa insegnargli cos'è la guerra e perché è stata fatta, sempre se c'è un motivo.
Al colmo della compassione vengo sospinto in alto e trasportato su un edificio, attraverso le pareti. All'interno dei bambini si occupano dei più piccoli, obbligati dal destino a divenire adulti prima del tempo. Niente più giochi, niente più gaiezza.
Piango, non credevo di poterlo fare, non credevo di essere in grado di sentire il loro dolore.
Una mano mi scuote, sono nuovamente nella grotta. Il mio collega mi guarda con aria interrogativa. Scuoto la testa senza dire una parola.
Quell'iscrizione ora ha un senso: guerra.

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