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===== Com'è nata la magia =====
Probabilmente questa è una storia che nessuno vi ha mai raccontato.
Probabilmente, come darvi torto, crederete che sia pura invenzione.
Probabilmente già dopo queste righe vi annoierete e cambierete lettura.
Probabilmente…
Molti eoni fa, non sono in grado di essere più preciso, all'epoca non contavamo il tempo come lo contiamo ora, contavamo gli inverni e, quando superavamo le dita delle mani e dei piedi ci consideravamo vecchi.
Molti eoni fa, dicevo, non conoscevamo la scrittura, non conoscevamo la matematica e non conoscevamo le parole. In effetti non conoscevamo molte cose. Per capirci usavamo quello che oggi qualcuno chiama la lingua degli uccelli.
Era la lingua che capivano tutti gli animali, non solo gli uccelli, ma anche tutti gli altri animali, noi compresi. È una lingua che abbiamo parlato dovunque sul pianeta finché ci fu la disputa tra Uruk ed Aratta. Allora fu inventata la scrittura. Allora, ahimè, il signore dei cieli si adirò con gli abitanti di Sennaar che volevano raggiungere il cielo con la loro torre e ci inviò la folgore. Allora dimenticammo la lingua degli uccelli, da allora abbiamo cominciato a parlare lingue diverse.
Ovviamente questa storia la conoscete, è stata tramandata per molto tempo ed in molte culture. Perché quindi ve la racconto? Ohh non è questa la storia, ovviamente.
Fino a quel tempo vivevamo in armonia con la natura e gli animali, in fin dei conti parlavamo la stessa lingua di tutti gli animali sia superiori che inferiori, la stessa lingua degli alberi e delle erbe, la stessa lingua dei massi e delle rocce, la stessa lingua della nostra madre terra stessa.
Vivevamo felici. Anch'io, all'epoca, ero felice.
Abitavo, ma che dico abitavo, non avevo una casa, non serviva a nessuno una dimora, gli alberi stessi mi facevano da tetto e da pareti quando il vento cantava e le nuvole piangevano.
Spesso stavo insieme a Clavia. Clavia era una mia grande amica, non siate subito maliziosi, eravamo veri amici, quell'amicizia che supera i generi, le differenze e le specie, non per niente Clavia non era umana era un Ifrit, come ovviamente neanche io, all'epoca, ero umano, ero un Kujata.
Mi accorgo che sono termini che oggi difficilmente si usano, quantomeno non in questa lingua.
Un Ifrit è un essere, come potrei definirlo… un ingannatore, un mutaforma: può assumere qualsiasi forma voglia principalmente per prendere in giro e deridere gli altri. Clavia poteva quindi mutare in ciò che voleva ma quella che preferiva era la forma di una volpe rossa a tre code. Molto bella, molto… speciale.
Il Kujata, ovvero io, ero un essere semidemoniaco, potremmo dire, assomigliavo ad un toro con corna possenti e migliaia di occhi, non li ho mai contati, che sormontavano la mia testa, sulla mia testa, per la precisione sulle mie corna c'era un rubino scarlatto che conteneva, al suo interno, un… forse lo chiamereste angelo ma non era un angelo era più un folletto od una fatina. Era all'interno del rubino imprigionata lì per una qualche colpa che non ricordo.
Comunque, io e Clavia stavamo spesso insieme, eravamo grandi amici, con me lei poteva essere se stessa ed io potevo confidarmi.
Quando la folgore colpì ci fece dimenticare ogni cosa, tutti dovemmo apprendere nuovamente tutto: camminare, parlare, mangiare. Dimenticammo anche chi eravamo, chi conoscevamo, cosa facevamo.
Fu un periodo terribile. Tutti davano la colpa agli altri per la propria perdita di memoria ma non si capivano, quindi litigavano.
Così scoppiò la più grande guerra che si sia mai vista su questa terra. Anche quelle che avete chiamato guerre mondiali, a confronto, non erano altro che scaramucce.
Stranamente ero l'unico che ancora a ricordare qualcosa, in questo mondo nuovo.
Mi allontanai da tutto e tutti, andai il più lontano possibile, mi rintanai su una montagna altissima, la più alta di tutte dove la neve era perenne anche in piena estate. Là, da solo, mi sedetti a rimirare le battaglie che si combattevano nelle valli.
Erano scene orribili, uomini e donne che si squartavano a vicenda, molte specie furono distrutte od esiliate nei recessi più profondi del pianeta. Ahhh quanto scempio, quanta distruzione.
Piansi, piansi non so più per quanto tempo. Piangevo per la perdita della mia amica Clavia di cui avevo perso le tracce. Piangevo per il sangue versato. Piangevo per le specie estinte.
Piangendo urlai. Urlai la mia ira più profonda verso il signore dei cieli. Ero nel punto più alto del mondo. Tirai indietro la testa allungando il collo ed urlai, urlai, urlai fino a perdere la voce.
Dal dolore sbattevo la testa contro un masso e continuai a sbatterla fino a distruggere le mie corna possenti. Quando si ruppero il rubino, non più trattenuto, cadde.
Si frantumò in un'infinità di pezzi rosse come gocce di sangue e, come sangue, si liqufecero nella neve e svanirono.
Il folletto, la fatina che era rinchiusa al suo interno si liberò.
Mi parlò nella lingua degli uccelli, quella lingua che, ormai, solo noi due conoscevamo.
Si chiamava, disse, Baalamaya ed era stata rinchiusa nel rubino dal signore dei cieli perché si era posta come suo avversario nel dominio dei cieli.
Per averla liberata mi concesse un dono: la libertà di vivere come uomo tra gli uomini finché non avessi trovato ciò che desideravo. Mi sembrava un dono stupendo. Desideravo, e desidero tuttora, una cosa sola: ritrovare la felicità ma, ahimé, non è così facile come sembrerebbe.
Baalamaya sfrecciò via ed andò tra le genti ad ostacolare il messaggio del signore dei cieli e regalò a molti, molti poteri. Regalò alle genti la magia.