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===== Nuvola di sangue =====
//"Uccidere, uccidere, uccidere" questo è l'unico pensiero che mi martella nella mente.
"Uccidi, uccidi, uccidi" niente altro.
Solo le immagini di come uccidere, le armi da usare, i metodi.
Gli sguardi terrorizzati, agonizzanti, affranti.
L'ultimo tentativo di respirare di un cadavere.
E poi… la sensazione di quando, vinti dalla morte, lasciano la vita.
Ancora. Il gusto del sangue che sprizza.
Solo questo nella mia mente.
Non sono pazzo, non sono un mitomane. Le mie vittime sono reali. Sono tante. Decine. Centinaia. Migliaia. Forse Milioni.
Non li ho mai contati. Perché darsi la pena di censirli? Appartengono alla Morte, la vecchia signora con la falce.
Ahhhh la falce. La falce che gronda sangue. Ma è scomoda, ingombrante, non puoi portartela appresso come se niente fosse. Meglio un coltello, un pugnale.
Che gusto quando la lama penetra nel corpo. Mi godo ogni millimetro di penetrazione. All'inizio, quando la punta scalfisce la pelle, l'epidermide, la sorpresa che si legge negli occhi e subito, pronto, a tappargli la bocca che si apre per gridare. No, non deve farsi sentire. Solo IO devo sentire il suo dolore, la sua paura. Solo IO devo sentire la sua pelle che si apre sotto di me. Solo IO devo gustarmi il suo dolore, quando arriva.
Quando la lama raggiunge supera la pelle, ed arriva alla carne viva. Quando la consistenza cambia, non c'è più resistenza. Ora devo rallentare, altrimenti tutto è troppo veloce. La carne che si apre col suo rumore. La sento vibrare. Il tendine si tende allo stremo poi inizia a cedere, a strapparsi. Un filamento per volta, lentamente. Il muscolo, invece, lascia passare la lama tranquillamente tra le sue fibre, sembra quasi attraversare il burro.
Se arrivi all'osso, quando lo sfioro. Il dolore arriva all'estremo. Lo vedo nei suoi occhi, lo sento, me lo trasferisce e ne provo piacere. Un sublimo piacere.
Raschio un po' l'osso, per gustarlo di più. Lo scalfisco. Lo intacco. Uhhhhh… che vibrazione! Trema. Che sensazione.
Il polmone, invece, mmmm, buono. Fa resistenza. Per accedere bisogna superare nuova carne dura, elastica che si piega e non accetta la lama volentieri. Ma poi, come i tendini, cede. Non si strappa, si lacera. Subito si rilascia e la lama penetra veloce, non riesci ad assaporare lo strato spugnoso, sei già torppo a fondo, già devi ritirare la lama. Ti aiuta l'aria, l'ossigeno stesso che cerca di uscire dalla ferita, la sua pressione quasi fa tutto da solo. Meglio usare uno stiletto, il foro è più sottile, c'è meno pressione.
Poi, senti il fischio dell'aria che esce, e lui, la vittima, soffoca. Soffoca lentamente.
Il cuore è più divertente. Ohhhh. Non devi far nulla. Basta avvicinarlo. Si contrae e si espande. Si penetra da solo.
Quando affondi la lama, ed entra di uno, due centimetri. Senti ogni battito. Dalla lama si riverbera sul manico. Dal manico ti passa nella mano e nel braccio.
Ogni battito più debole del precedente, fino all'ultimo.
L'ultimo è il più forte, il migliore. Si sincronizza col mio cuore. Tum, l'ultimo battito, ed il mio ricomincia a vivere.
Quando tagli una gola, invece, devi stare attento.
Se tagli la gigulare, finisce tutto in un attimo.
La trachea è dura, resistente ma quando la fori… il fischio che ne esce. Brrrr che brivido.
Le pistole, le armi da fuoco non mi piacciono, troppo impersonali, troppo distanti.
Anche quando senti l'impatto del proiettile sul corpo, sulla pelle, quando senti che la carne si piega bruciando, quando senti il rude metallo attaccare un osso. Non c'è gusto. È tutto troppo veloce, non sento il sapore, il dolore, il terrore.
Invece a mani nude. Tempestandolo di pugni: sinstro, destro, sinistro destro. La testa che si gira ora di quà, ora di là, sembra voler dire "No, non uccidermi" ma ormai… appartieni alla Morte.
Quando sviene lo lasci riposare. Per poter ricominciare dopo un po'. Le braccia mi fanno male, troppa tensione. Qualche nocca si sbuccia e la lecchi. Assapori insieme il tuo ed il suo sangue, mmmm, gusto metallico, quel ferro che contiente, mmm, gustoso.
Quando lo soffochi. Vedi la luce svanire pian piano dai suoi occhi e ti fermi.
Ti fermi al momento giusto. L'ossigeno torna. Gli occhi si riaccendono, la fiamma della vita torna in quello sguardo. E torna il terrore, il dolore. E stringi di nuovo.
Di nuovo vedi svanire la luce, le pupille si dilatano, cercano quasi, aprendosi, di far tornare l'ossigeno, gli occhi si appannano, si offuscano.
Continui il gioco finchè non sei stanco o ti fanno male le mani.
Poi, finisce tutto. L'occhio è spento, è sparito tutto l'ossigeno dal cervello.
Ora appartiene alla Morte.//
Questa la confessione che il pubblico ministero lesse in aula.
La confessione di un pazzo. Questo era quanto voleva sostenere l'avvocato difensore.
Ma come si poteva difenderlo se i giurati, i giudici e tutta la stampa immortalò la faccia dell'imputato. Gustava e godeva di ogni singola parola che leggeva l'accusa. Ahhh e come godeva… non poteva nasconderlo, ne era incapace, tutto il suo corpo mostrava il piacere che provava a sentire quelle parole, quelle descrizioni.