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Il caduto

Sole alto nel cielo, erba verde nei prati, fiori che sbocciavano, uccellini che cantavano.
Era una bella giornata di primavera.
Chi non aveva niente da fare, ed in realtà anche che ne aveva, preferiva godersi il sole all'aperto, godersi il tepore del sole sulla pelle, l'odore dell'erba tenera calpestata, ascoltare i canti degli usignoli, udire il canto della terra che gioisce.
Non così Joy. Non è che non avrebbe voluto, semplicemente non poteva. Non poteva indulgere in simili fantasticherie, in simili dolcezze. Era stato chiamato a rapporto dal Grande Capo e non erano ammessi ritardi o distrazioni. Quindi, a malincuore, a passo deciso si dirigeva verso l'ufficio del capo.
Non c'era mai stato. Nessuno dei suoi conoscenti c'era mai stato. Non era un buon segno. Quando il Grande Capo chiama non è mai un buon segno.
Non c'è una segretaria, nell'anticamera quindi l'unica cosa da fare è bussare ed entrare. E così fa.
La porta è gigantesca, sarà alta sei metri, di legno massiccio con intarsi d'oro. Joy non crede di essere in grado di aprirla finché non ci prova. Si apre facilmente, ci deve essere un sistema di cardini speciale per non fare alcuno sforzo nello spingere un mastodonte del genere. Ma non può rifletterci sopra.
La porta apre su una sala immensa, non se ne vedono le pareti tranne, ovviamente, quella dov'è ancorata la porta che si estende a perdita d'occhio nelle due direzioni. La sala è completamente bianca.
Nell'immensità di fronte a lui una voce bassa, baritonale dice "venga avanti Joy, che fa sulla porta? aspetta qualcuno?"
Joy, intimorito, chiude la porta ed a passo deciso e regolare si dirige nella direzione da cui proveniva la voce.
Cammina cammina, sembra non arrivare mai, oramai è sparita anche la parete con la porta ma, comunque, non vede la fine della sala.
Ad un tratto come spuntati dal nulla, anzi, probabilmente spuntati dal nulla compaiono al suo fianco due guardie.
Niente nel loro aspetto le farebbe sembrare come guardie ma a Joy questo appaiono: due guardie pronte a ghermirlo ed evitargli la fuga.
Dopo tanto camminare s'intravede una scrivania con qualcuno seduto dietro che da le spalle ai nuovi arrivati. Dinanzi alla scrivania alcune sedie. Joy non sa se sedersi od attendere, in ogni caso, con un colpo di tosse manifesta la sua presenza.
Il Grande Capo, senza neanche voltarsi, chiede "sai perché sei qui, Joy?"
"Ehm"
"Siedi"
Dopo alcuni attimi di silenzio riprende "sono molto deluso da te Joy, avevi dei privilegi che pochi altri avevano, ma mi hai deluso" scuote la testa "ora hai due alternative, una sola possibilità bada… andrai giù"
Silenzio, si potrebbe sentir volare una mosca, se ci fosse.
"Andare giù" pensa Joy "no, non è possibile, cos'ho combinato per essere relegato… lì, tra quelle, quelli… no, non posso crederci"
Il Grande Capo continua "una volta sceso ti mescolerai tra gli altri e cercherai, cercherai e cercherai"
Joy deglutisce rumorosamente, non osa chiedere cosa deve cercare.
"Cercherai l'altra metà della tua anima. Avrai una sola possibilità per trovarla, bada che non sarà facile, non farti illusioni. Quando la troverai potrai tornare. Se non la trovi o scegli quella sbagliata.
Il sudore scende a rivoli dalla fronte di Joy.
"Sarà la tua distruzione."
Detto questo, il Grande Capo, gira la sua poltrona e si mostra a Joy. Impossibile è la sua copia sputata. Fa un cenno alle guardie che lo prendono per le braccia ed i tre svaniscono.
Sono oramai passati molti anni, decenni, Joy non ha ancora concluso la sua ricerca, un paio di volte ha creduto, sperato, bramato di aver trovato l'altra metà della sua anima, ma si è sbagliato. Fortunatamente o sfortunatamente chissà, non ci credeva davvero. Altrimenti sarebbe stato distrutto.

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