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L'apatico

"Quaggiù non ci vive nessuno, è troppo arido" è ciò che pensano tutti quelli che passano nella zona. Ed infatti non si vede anima viva, non si vedono case, abitazioni, strade, sembra un deserto. In realtà non è così, una persona ci vive, ci vive Deon.
Deon non è, come si potrebbe pensare dal posto in cui ha scelto di vivere, un asociale, un misantropo, un antisociale od un sociopatico, anzi quand'è in compagnia è allegro, spiritoso, divertente, sensibile ed attento alle opinioni altrui, in sintesi un gran bravo ragazzo. Ed infatti lavora, anzi per la precisione ha lavorato, a contatto con la gente, con clienti che lo adoravano ed avrebbero fatto pazzie pur di avere le sue competenze a disposizione, perché sì, lui era un "consulente". Certo con questo termine si intende tutto ed il contrario di tutto, mi direte, consulente in che? Principalmente in ambito di logistica e tecnologia ma non era raro che facesse anche il "cacciatore di teste" ed il liquidatore, a volte, giusto per dire, ha dato anche consulenze di architettura e bioingegneria, in pratica era consulente in tutto.
Ma si era ritirato, si era ritirato per… noia. Sì, sì, non scherzo, per noia. Non gli bastava aver sempre a che fare con gente nuova, posti nuovi, argomenti nuovi, stimoli nuovi no, tutto questo lo annoiava. Le persone, anche se diverse le une dalle altre gli sembravano tutte uguali, tutte con le stesse meschinità, le stesse idee e gli stessi obiettivi. I luoghi in cui andava a fornire consulenza, non gli raccontavano nulla, c'erano sì posti più belli e posti più brutti, alcuni pieni di storia, architettura ed arte ma, non lo interessavano, gli sembrava che ogni luogo raccontasse la stessa storia certo con qualche differenza ma, sempre la stessa. Gli argomenti che trattava, vuoi che fosse un argomento tecnico o pratico, o che si trattasse di etica o etimologia, erano, per lui, senza stimolo, senza senso e senza interesse e, pur continuando a dare consigli sensati, precisi, puntuali, validi e funzionali era come se li desse qualcun'altro.
Era sempre distratto ed annoiato. In poche parole non metteva più passione nel suo lavoro, pareva, anzi l'avesse persa del tutto.
Nessuno, tra tutte le persone che abbia mai incontrato, è mai stato in grado comprenderlo o almeno è quello che credeva lui o di cui si era convinto e quindi le reputava tutte meschine, inutili, inadatte.
Il suo ritiro non era, però, completo. Continuava a lavorare, si era scelto un lavoro semplice, in un luogo semplice ed aveva ottenuto di andarci "non troppo spesso", ai suoi datori di lavoro bastava che "producesse" quanto gli si chiedeva nei tempi previsti e niente di più, non doveva neanche pensare. Certo, ogni tanto, la cosa lo infastidiva ed in quei periodi era intrattabile ma, tutto sommato, accettava e sottostava perché era solo un modo per passare il tempo.
Deon aveva scelto quella zona come propria abitazione proprio per la mancanza di stimoli. L'assenza di altre persone lo rendeva "libero", poteva permettersi di stare ore ed ore a guardare il vuoto che si estendeva intorno alla sua casa senza sentire o provare nulla, senza pensare. Perchè era questo il suo più grande problema. Pensare.
Tutte le volte che cominciava a pensare doveva agire, fare, disfare, fermarsi, modificare, trottare, etc. etc. in pratica doveva trasformare il pensiero in atti od azioni e questo era, per lui che aveva visto di tutto e gli pareva tutto uguale, noioso.
In molti diranno che Deon, comportandosi così, si perdeva delle occasioni, non viveva, ma vegetava ed in effetti non sarebbe del tutto sbagliato anzi probabilmente è vero e lo sapeva anche lui ma, pensava, "cosa ci poteva fare se tutto lo annoiava?".
Così, ovviamente, passò il tempo, molto tempo ad annoiarsi da solo perché annoiato dal mondo.
Sembrava aspettasse qualcosa ma, probabilmente, neanche lui sapeva cosa.
Un giorno, successe qualcosa di inaspettato.
Pioveva, niente di strano, pioveva col sole e ci fu un arcobaleno. Non che non ne avesse mai visti, sapeva anche come si formavano e perché, una semplice questione fisica, non c'era niente di strano in questo. L'arcobaleno si formava da lontano e si materializzava pian piano sempre più vicino tanto che no, niente tanto che, l'arcobaleno toccò terra esattamente davanti a lui. Come una strada colorata si trovava davanti a metà tra il giallo ed il verde.
Questo era strano anche per lui. Non aveva mai visto atterrare un arcobaleno, anzi credeva che non potesse toccare terra appunto perché si tratta della rifrazione della luce sulle particelle d'acqua in sospensione ma, era innegabile, l'arcobaleno aveva toccato terra.
Si alzò dalla sua poltrona e andò a toccare con mano l'arcobaleno. Impossibile, pensava, non appena mi avvicino non ci sarà abbastanza "spazio" perché la rifrazione colpisca le mie iridi e continui a vederlo, svanirà. Ma non era così, l'arcobaleno era lì, maestoso e fermo, immobile, irreale. Lo toccò con mano, non era inconsistente come credeva, era "solido", la sua mano non attraverò né il verde né il giallo, tra i due però c'era un piccolo spazio vuoto, lì la sua mano potè fendere l'aria e, chiudendola tra uno dei due colori, ne potè saggiare lo spessore e la consistenza. Era non più spesso di cinque centimetri e molto solido, tanto solido che, credeva, avrebbe potuto camminarci sopra. Ma era troppo ripida la curva e troppo largo il singolo colore per poterlo abbracciare e tentare un'arrampicata. Peccato, gli sarebbe piaciuto salire sull'arcobaleno. Deon, caso strano per lui, sorrideva rimirarando quella novità e non si accorse che di fianco a lui c'era una fanciulla. Era piccolina, sarà stata alta un metro e cinquanta (non che lui fosse questo granché forse, e dico forse, era uno e settanta/settantacinque afflosciato e grassoccio per la sua sedentarietà) esile e vestita con una sorta di tunica bianca, capelli biondi e lisci lunghi fino alla vita, volto pallido ed occhi verdi. Una fanciulla che lo guardava, che guardava la sua curiosità e la sua estasi. E sorrideva. Gli prese una mano e gli disse "vieni con me". A quel tocco Deon si risvegliò, potremmo dire, si voltò e la vide ma non c'era sorpresa nel suo squardo, sembrava quasi si aspettasse quella presenza.
Docile la seguì senza dire una parola. Andarono verso il rosso, al limite estremo dell'arcobaleno, ci girarono intorno ed andarono sotto l'arcobaleno. Era ancora più bello, Deon non poteva crederci e si fermò a guardare a bocca aperta. La fanciulla gli diede qualche attimo, poi con la mano libera gli chiuse la bocca lo tirò per la mano e disse "vieni". Quando arrivarono nuovamente al verde c'era, a terra, una striscia colorata che formava una piattaforma, vi salirono sopra e, nello stupore di Deon, l'arcobaleno svanì.
Non era più davanti alla sua casa, su quel terreno arido e vuoto. Si trovava alla periferia di una cittadina. Vedeva le strade formate da manti erbosi, le case ricoperte o proprio fatte di quella che a lui pareva edera, la fanciulla lo teneva ancora per mano. Si avviarono verso il centro della cittadina. Era molto affollato ma non gli dava fastidio. Al centro della piazza, una fontana di marmo (o almeno a lui parve marmo) sprizzava gocce di "gioia". Forse era acqua, chissà, ma ogni goccia era di un colore diverso e Deon, guardandola, provava gioia. Si sedettero sul bordo e lì Deon rimase.
Aveva trovato ciò che cercava, si sentiva in pace e pieno di gioia.

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