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Vecchio cuore esposto

"Ho ucciso e, per questo, devo espiare e soffrire" questo è quanto disse come unica spiegazione del suo comportamento e della sua ritrosia ad aprirsi agli altri.
Il detective non capiva, non c'era niente in archivio su di lui, solo un paio di multe per eccesso di velocità ed amenità del genere, la cosa più grave era, al massimo, un incidentucolo tra ragazzi con una gamba rotta: di che parlava? Di quale morte si incolpava? E perché? Era un mitomane? Un pazzo? A vederlo non sembrava, era molto serio ed era certo di quello che diceva.
Ma non voleva dire altro. Nient'altro. E non diceva neanche il perché, anzi no, disse che per lui era troppo doloroso ricordare. Usammo ogni espediente, tutte le tecniche apprese nei vari corsi di psicologia che ci obbligano a seguire. Tutte inutili, quell'uomo non diceva altro.
Ed infatti era venuto in centrale giusto perché era stato lui a salvare quel bambino e non ha voluto rilasciare un intervista a quella giornalista. Ma lei lo conosceva già, l'aveva già trovato ad impedire ad una signora di suicidarsi ed aveva investigato, interrogato, estorto informazioni ai suoi conoscenti ed alla fine gli aveva estorto quella frase sibillina. Frase che aveva incuriosito il detective.
Raccontò tutto del bambino, del cane che stava per sbranarlo, del cancello in cui era incastrato, di come aveva scacciato quel mastino a pedate e di come l'aveva liberato.
Visto che glielo chiedeva la legge ci raccontò anche della mancata suicida ed anche di un ragazzo che stava per cadere da una scarpata. Sembrava quasi un angelo salvatore ma su quella presunta morte di cui si incolpava manteneva un assoluto riserbo.
Tutti i fatti che raccontò trovarono riscontri, c'erano notizie sui giornali, nessuno parlava del salvatore ma furono interrogati gli interessati e… accidenti tutti lo riconobbero e tutti confermarono che se ne andò senza dire o chiedere niente, senza aspettarsi un grazie, se ne era andato esattamente come era comparso, dal nulla tornò nel nulla.
Non avevamo motivo per trattenerlo quindi, a malincuore, il detective dovete lasciarlo andare. E lui tornò alla sua vita, noiosa, monotona, più che una vivere sembrava attendesse qualcosa.
Interrogammo i suoi colleghi, i suoi vicini, i suoi familiari, tutti ma non sapemmo niente, sembrava che nessuno, in realtà, lo conoscesse.
Stavamo per abbandonare quando al detective venne l'idea di infiltrare qualcuno nella sua vita per cercare di scoprire qualcosa. Il pubblico ministero era scettico ma il detective riuscì a convincerlo. Mandami Sonia, un paio d'anni più giovane, intelligente, furba e scaltra. In poco tempo riuscì a carpirne la fiducia ma, comunque, era riottoso ad aprirsi: le raccontò solo alcune storie di gioventù, di qualche patema ma niente di veramente interessante, nemmeno dei suoi salvataggi, come se non fossi parte di lui.
In ogni caso a partire da quell'incontro non capitò più in situazioni da eroe, anzi sembrava che il nostro interrogatorio, in qualche modo lo avesse bloccato. Era diventato un noiosissimo uomo comune solo senza una vita vera.
Oramai anche Sonia si era data per vinta, non c'era modo di farlo parlare. Voleva uscire dall'infiltrazione ma non era una cosa banale il non destare sospetti. In ogni caso la facemmo uscire.
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Passarono anni, il detective era ossessionato, lo ha sempre considerato il suo "caso irrisolto" così, quando andò in pensione, tornò dal tipo, altrettanto invecchiato e gli chiese: "mi tolga una curiosità, di quale omicidio si accusava? io non ho mai trovato nulla, oramai non posso più incriminarla. è pura curiosità"
Il vecchio lo guardò e gli chiese se aveva mai sentito parlare del caso di D.M..
Il detective era perplesso "e che c'entra lei in quel caso? non fu K.D.?"
Tirò un sospiro e cominciò a narrare:
//"fu K.D. fisicamente e materialmente ma non moralmente.
a quel tempo eravamo giovani e senza cervello, io e K.D. ci conoscevamo abbastanza bene e mi ascoltava.
gli raccontai quello che faceva D.M. ai bambini e come nessuno fosse in grado di provarlo.
K.D. lo torturò ed uccise e poi confessò tutto.
anni dopo scoprimmo che i bambini avevano mentito, erano stati istigati e che, quindi, D.M. era innocente. non lo dicemmo mai alla famiglia che lo crede ancora… un orco.
per questo dissi che sono un omicida e merito di soffrire, da allora non passa giorno che non ci pensi e non espii."

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