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L'amore oltre il tempo
"Ci sarà un tempo in cui la fanciulla di giada tornerà dal mondo dei morti e regnerà sul mondo."
Questa iscrizione, in aramaico, fu trovata su quello che sembrava un'architrave da Namiia mentre lavorava ai lavori di scavo in un sito in medio oriente.
Era perplessa non aveva mai sentito parlare della fanciulla di giada e quindi non sapeva cosa pensare; nemmeno gli altri partecipanti alla spedizione sapevano alcunché né, tantomeno, il "professore" che contattò a New York e la sua controparte a Eton chiamati la sera stessa tramite satellitare dal campo base.
Aveva scoperto un mistero, pensava già agli articoli che avrebbe pubblicato, alle interviste, alla gloria che sarebbe venuta e, di conseguenza, ai finanziamenti che avrebbe ricevuto per indagare, anzi no per scavare, sulla faccenda. Vedeva già il suo futuro più roseo.
Il giorno dopo andò, insieme all'interprete, a fare rifornimenti alla cittadina vicina. Indossava il classico abbigliamento da archeologa, scarponcini, pantaloni ampi corti, camicia, giacca a vento e berretto a visiera, tutto rigorosamente chiaro, color sabbia. I lunghi capelli biondi erano riparati dalla sabbia dal berretto e l'unica cosa che spiccava oltre agli occhi verdi ed i piccoli orecchini che indossava era un medaglione d'oro che aveva recuperato nel sito.
Uscendo dall'emporio si scontrò con una donna locale che subito inveì in inglese contro i forestieri che spadroneggiavano nella sua terra finchè non posò lo sguardo sul medaglione indossato da Namiia. Le parole le rimasero bloccate in gola e, con lo sguardo sbarrato, sbiancò. Si vedeva la paura dipinta sul suo volto. Uno strillo più acuto del richiamo di un falco del deserto proruppe dalla gola della donna e riversò un fiume di parole, per la verità sembravano invettive, verso Namiia mentre si voltava e fuggiva via.
Namiia era perplessa, guardò l'interprete al suo fianco che era rimasto a bocca perta e gli chiese: "ma che ha detto?"
L'interprete la guardò negli occhi, poi guardò il medaglione e tornò a quei meravigliosi occhi verdi striati d'oro che sempre lo avevano affascinato e riuscì solo a balbettare "la maledizione della luna di sangue". Si ammutolì e si rifiutò di dire altro. Anche lui era terrorizzato, era evidente.
Ricontattò subito i due professori ma, anche in questo caso, non sapevano niente. L'unica era cercar di scoprire qualcosa in loco ma come fare se anche il suo interprete, un uomo che non le aveva mai, finora, rifiutato niente era tanto terrorizzato da aver paura di parlarne?
All'accampamento discusse la cosa con tutti i suoi collaboratori: profezie, maledizioni, fangiulle di giada, lune insanguinate; ce n'era abbastanza per tutti ed in più, tra i collaboratori.
Tra i collaboratori sia quelli autoctoni che quelli delle regioni limitrofe, in blocco, decisero di abbandonare la spedizione e se ne andarono in fretta e furia, compreso l'interprete. Rimasero solo gli occidentali. Tranne una giovane donna di una regione vicina: Dejana; carnagione chiara, capelli folti e grandi occhi scuri con un sorriso di madreperla.
Rimasti in così pochi Dejana tradusse loro una canzone che le cantava sua nonna quando per farla addormentare:
"nel tempo che fu, una fanciulla quaggiù, amava di cuore un ragazzo di più
il suo rango impediva l'amore, l'impavido giovane per guadagnarsi il diritto in guerrà partì
di spada e di lancia, si distinse tra i molti
tanti e tanti a fil di spada passò, ed il suo grado pian piano tramutò
in patria tornato, tornò dal viso tanto anelato
ma più non la trovò, nel regno dei tanti era passata
dal dolore impazzito, scese nel mondo infinito
e tra i tanti tesori, uccise dell'aldilà i signori
ma la sua bella, ahimè, non trovò
tornato nel mondo dei vivi, dal dolore impazzito
coperse ogni terra col sangue del mito
nell'ultimo istante con suo cuor in mano palpitante
un raggio di luna coperse il morente ed il suo corpo svanì in un istante
nelle notti di cielo stellato, con luna crescente, può ogni amor veder il suo cuore battente."
"La canzone", disse Dejana, "termina così". Gli astanti erano perplessi non gli pareva c'entrasse granchè con fanciulle di giada e lune di sangue.
"C'è però" Dejana riprese a parlare ed il silenzio rimpiombò tra tutti "dell'altro. La nonna mi raccontò che un tempo, da queste parti, c'era viveva un mercante chiamato l'uomo delle sete in quanto mercanteggiava con le terre oltre il sorgere del sole in pietre e ninnoli preziosi. L'uomo di giada aveva una figlia che si era innamorata di un umile servo che elevò il suo rango facendosi onore. Era però un uomo orgoglioso e, per impedire la loro unione segregò la figlia in una stanza del suo maniero completamente rivestita di giada alla quale si poteva accedere solo tramite un passaggio segreto. Il ragazzo impazzito dal dolore ed accecato dalla sua brama trucidò tutti gli abitanti della casa per cercare l'accesso alla stanza di giada, accesso che cercò fino alla sua morte e che non trovò mai. Pazzo di dolore accese un falò, fece dei sacrifici rituali e gettandosi nel fuoco per accrescere l'offerta scagliò una maledizione su tutto e tutti: quando l'accesso alla fanciulla di giada sarà scoperto porterò gli inferi in terra e le donerò il controllo del mondo"
Dejana tacque, si alzò, uscì dalla tenda che stavano usando per la riunione e s'incamminò verso il deserto.
Namiia la guardò allontanarsi ed ebbe l'impressione che svanendo si fosse tramutata in giada ma, sicuramente, era un effetto del riverbero del sole… oppure no?