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La tristezza in uno sguardo
Un soffitto sconosciuto davanti ai miei occhi.
Rumori intorno a me.
Mi guardo intorno: una grande stanza vuota.
Alla mia sinistra una porta aperta su un luminoso corridoio, alla mia destra dalle finestre vedo solo un cielo azzurro.
Il buio s'impossessa nuovamente di me.
—
Mi sveglio nuovamente dopo chissà quanto tempo.
Un soffitto scoscosciuto sulla mia testa.
A sinistra una porta aperta su un corridoio, un armadietto di metallo, un tavolino ed un paio di sedie spaiate.
A destra delle finestre.
Davanti ad una di queste una ragazza dai capelli di fuoco fuma una sigaretta appoggiata con l'avambraccio al bordo della finestre e leggermente piegata in avanti. La gamba destra poggia a terra con la sola punta del piede.
Indossa un camice bianco ed un paio di sandali di legno, un paio di gambe nude ed affusolate s'intravedono da sotto il camice.
Voglio fare una battuta di spirito sul fumo ma, dalla mia bocca esce solo un rantolo sgraziato che somiglia più che a parole al rantolo di un topo strozzato.
Si volta verso di me e vengo graziato dalla vista della silhouette evidenziata dalla luce del sole che rende il camice semi-trasparente.
I due grandi occhi verde acqua risplendono alla luce del sole nel delizioso volto ovale dagli zigomi appena accennati.
Mi elargisce un rassenerante sorrio mentre spegne e getta la cicca dalla finestra espirando l'ultimo sbuffo di fumo.
Con una voce particolare si avvicina dicendomi: "buongiorno bello addormentato, la polizia ti ha portato qui privo di sensi sei giorni fa senza documenti… chiamo il dottore e ti porto qualcosa da mangiare.
Il buio s'impossessa nuovamente di me.
—
Buio. Un soffitto bianco sulla mia testa.
Un tavolino vicino al mio letto con sopra qualcosa da mangiare.
Silenzio all'intorno.
Mi tiro su, mangio il panino freddo che mi hanno lasciato e bevo dell'acqua.
Solo un lenzuolo copre le mie vergogne.
Avranno visto le mie cicatrici, chissà cos'avranno pensato, non posso rimanere a scoprirlo, il passato deve rimanere sepolto.
Mi alzo, un dolore lancinante al fianco sinistro rischia di ributtarmi a letto ma, silenzioso e leggero come un gatto, rovisto nell'armadietto e trovo dei vestiti.
Mi vesto e senza un'attimo di esitazione esco dalla stanza per sparire nell'oscurità della notte.
—
Nessuno mi nota, nessuno mi trattiene, esco a passo felpato nella strada.
Riconosco la zona.
So dove andare.
Giro l'angolo e mi scontro con l'infermiera dalla voce suadente.
L'aiuto a rialzarsi "mi scusi, devo andare".
Mi guarda negli occhi: "se proprio deve… però, per favore, scacci la tristezza dai suoi occhi" e mi sorride.
Scappo, la paura mi attanaglia, il messaggio che leggo in quello sguardo fa più paura dei miei cacciatori.