A quel tempo ancora vivevo o, per la precisione, ancora credevo di vivere ma quando vidi la verità smisi.
Smisi di recitare sul palcoscenico dell'irrealtà… ohhh sembra a noi di essere vivi e di avere il libero arbitrio ma, in realtà, recitiamo una parte scritta espressamente per noi da altri.
Come potrebbe un qualsiasi essere, per intelligente che sia, credere di essere l'artefice del proprio destino? Non può perchè non è così.
Successe per sbaglio, ovviamente. Quale verità si scopre cercandola? Nessuna.
Successe dopo quell'incidente. Un incidente grave che avrebbe potuto avere ripercussioni assai più gravi ma fu davvero un incidente? Oppure, cosa assai più probabile, l'artefice del destino voleva che vedessi e sapessi?
In ogni caso in quell'incidente morii. Ohhh niente di trascendentale giusto per qualche istante, quel tanto che è bastato per darmi una visione su ciò che c'è oltre.
Non è l'aldilà, non esiste un aldilà giusto perchè non c'è un aldiquà. Come dicevo siamo attori su un palcoscenico.
In quell'istante di morte mantenni, per puro caso, gli occhi aperti e vidi l'architetto, l'artefice dei destini, dei nostri destini.
Era un vecchio gigante. Almeno mi appariva tale come potrebbe apparire un uomo alle proprie marionette.
Lavorava al di sopra di un palco e manovrava altre persone, cose, animali… tutto ciò che conosciamo o che crediamo di conoscere è comandato da lui.
Di fronte al palco altri giganti, come lui, ridevano guardando la rappresentazione, le morti insensate, le guerre, gli amori che si succedono freneticamente e tutti contemporaneamente sulla scena.
L'artefice mi vide mentre guardavo gli spettatori e così, d'un tratto, mi ritrovai vivo nuovamente sul suo palcoscenico.
Ho cercato di dimenticare, ho cercato di credere che siamo liberi, vivi e soli ma, ahimè, oramai so il vero.