Il castigo degli Dei

Nicodemus, un fanciullo simpatico, allegro e divertente, quel giorno non sapeva cosa fare, si annoiava completamente. I suoi compagni di gioco ancora non si erano fatti vedere, in effetti era ancora presto, quindiva vagava svogliato e sfavato calciando i sassi che incontrava con i piedi.
Cammina cammina si ritrovò ben oltre il portale. Superare il portale, il portale di accesso all'Olimpo era severamente vietato. Il monaco guardiano minacciava sempre chiunque arrivasse lì con l'ira degli Dei che, secondo lui, si sarebbero scatenati invariabilmente contro chiunque avesse oltrepassato il portale.
Preso dalla paura Nicodemus corse indietro e si fermò giusto al di qua del portale chinandosi ad appoggiare le mani sulle ginocchia per riprendere fiato. Si ricompose e, una volta raddrizzatosi, si volse verso il portale e la ripida erta che si inoltrava verso il monte con la cima nascosta dalle nuvole.
Se avesse conosciuto il termine avrebbe detto di essere perplesso o choccato. Gli avevano inculcato che gli Dei si sarebbero adirati e avrebbero, quantomeno, fulminato chiunque avesse oltrepassato il portale senza il permesso del monaco guardiano, del sacerdote del tempio e dell'oracolo degli Dei. Dicevano che solo l'Unto dagli Dei, riconosciuto dai tre monaci, poteva passare indenne ed arrivare alla cima, dicevano che chiunque altro avesse osato farlo sarebbe invariabilmente morto tra atroci dolori.
"Se sono vivo" pensava Nicodemus "le possibilità sono due: o sono l'Unto dagli Dei o sono tutte fandonie"
E già si esaltava all'idea di essere l'Unto dagli Dei, un semidio, una persona al di sopra di tutti gli altri. Voleva correre dai suoi amici a raccontare tutto, voleva vantarsi con loro e sfidarli ad oltrepassare il portale certo che nessuno di loro fosse tanto ardito.
Col sorriso stampato sulla faccia già si vedeva in un futuro radioso e splendente.
Fece per avviarsi verso il paese quando svenne.

Nicodemus si risvegliò nella polvere, in mezzo a dei cespugli, di fronte ad un paio di sassi scosso da un ragazzetto vestito in modo strano che lo pungolava con un bastone.
Quando si mosse quel ragazzetto scappò via dicendo qualcosa in una lingua che Nicodemus non capiva.
Intorno a lui si accalcarono degli aduli vestiti ancor più stranamente del ragazzetto, con calzari che non aveva mai visto, stoffe strane che coprivano i piedi, strani copricapi, strani oggetti scuri davanti gli occhi. Alcuni avevano strani oggetti appesi al collo tramite cinghie e strani bracciali al polso. Uno strano ma vero diceva qualcosa verso un affare che teneva appoggiato all'orecchio.
Si alzò, scoprì che le sue vesti erano stracci e cercò di scappar via ma, quegli strani adulti, lo trattennero.
Qualche istante dopo un rumore ululate preannunciò l'arrivo di uno strano carro chiuso dal quale scesero alcuni uomini ancor più stranamente agghindati che, senza molte buone maniere, lo prelevarono di peso e, una volta buttato nel carro, molto comodo tra l'altro, lo portarono via.
Arrivarono ad uno strano edificio quadrato, sembrava una sorta di tempio con grate a delle minuscole finestre e lo buttarono dentro una cella vuota. Con solo uno strano bugliolo bianco.
Nicodemus era spaventato. Non sapeva dove si trovava. Non capiva una parola di quanto dicevano quegli adulti che, intuiva, gli domandavano qualcosa. Cercava di rispondere: diceva il suo nome, chiedeva della madre e del padre, chiedeva del portale ma nessuno capiva cosa dicesse.

Dopo alcuni giorni di queste domande senza risposta, di questi colloqui infruttuosi non avendo fatto niente lo lasciarono andare.
Nicodemus vagò solo e seminudo giorni e giorni all'intorno. Ogni tanto riconosceva qualcosa del posto ma sembravano ricordi di un tempo passato. Col tempo imparò a capire cosa dicessero le persone ed imparò a farsi capire.
Capì, così, che gli Dei non lo avevano punito con la morte ma con l'oblio del tempo.