Khan veniva infastidito continuamente, additato, boicottato, sfottuto, contestato, molestato, importunato, spintonato, ammorbato, assillato così tanto e così continuamente che decise di mettere un freno alla cosa.
Da sempre era oggetto di beffe e sberleffi, di burle ed ingiurie e doveva anche sempre impegnarsi a rispondere ad attacchi di vario tipo sia verbali che fisici.
Quel giorno i suoi tormentatori si riunirono in gruppo e lo attaccarono sia verbalmente che fisicamente.
Non si era mai trovato tutto il gruppo contro, solitamente, lo attaccavano una o due persone per volte ma ora erano in cinque a tormentarlo.
Come suo solito rispose a tutte le ingiurie con le ingiurie, a tutte le angherie con angherie, ad ogni spintone con uno più forte, ad ogni schiaffo con un pugno ma, ad un certo punto cercarono di bloccargli le braccia per un'aggressione combinata.
Khan rimase inizialmente perplesso e riuscirono a prenderlo alle spalle, in due, per le braccia mentre gli altri cominciarono a pestarlo.
L'ira entrò in Khan e lo rese una furia.
Gli occhi fiammeggiarono tanto che l'attacco si fermò momentaneamente per riprendere subito dopo.
Un urlo insolitamente greve e potente proruppe dalla gola e si riversò attraverso la bocca di Khan. Il più debole degli attaccanti scappò impaurito.
La rivolta di Khan non si fece attendere: tese le braccia al massimo e le rilasciò istantaneamente facendo cadere i due che lo tenevano. Con un balzo scattò verso quelli che lo attaccavano davanti e gli riservò due pugni tali da scaraventarli a terra mentre i due che lo avevano tenuto alle spalle si rialzavano.
Si volse a loro e li aggredì a suon di calci e pugni, fracassando ad uno un braccio all'altro una gamba. Erano diventati inefficaci mentre i primi due ricominciarono l'attacco.
Khan stese il più debole con un doppio schiaffo alle orecchie che gli fece perdere l'equilibrio ed pugno che gli ruppe la mascella.
Si dedicò all'altro. Il suo tormentatore maggiore.
Con un balzo lo scaraventò a terra e lo sormontò. Dalla gola di Khan l'urlo non era cessato per tutto quel tempo, ora un sorriso sghimbescio sostituì l'urlo con un sibilo agghiacciante.
I pugni che tempestarono il malcapitato sembravano scaturire dal nulla: mascella, mandibola, naso, occhi, clavicole e spalle ne uscirono devastati. Sembrava fosse stato investito da un tornado.
Ormai immobile al suolo non offriva più resistenza.
Le fiamme nello sguardo di Khan si spensero, tornò la luce nei suoi occhi e la ragione nella sua mente prese nuovamente il sopravvento.
Si guardò attorno: i ragazzi non erano messi molto bene mentre lui, a parte due nocche sbucciate, i pantaloni strappati era intonso.
Inorridito da se stesso e da tanta violenza si allontanò e si rintanò in un angolo oscuro.
Alcuni giorni dopo Khan ricomparve molto diverso da quanto era prima.
Qualcuno lo definì apatico, altri gelido, altri ancora insensibile. Aveva solo posto una barriera di gelo tra sé ed il mondo a protezione di quest'ultimo.
Khan, il demone dell'ira, ormai era morto, al suo posto era sorto Khan, il demone dell'oblio.