Quella fu la scalata più difficile che avessi mai fatto. Nessuna cengia dove tirare il fiato. Scarsi gli appigli non più profondi di un centimetro o due. Ormai stavo salendo da oltre due ore, avevo bisogno di una pausa. I muscoli delle braccia cominciavano a farmi male e la carne dei polpastrelli era maciullata. Dovevo proseguire per forza. Un respiro profondo e si ricomincia a salire.
L'appiglio dove ho messo il piede sinistro cede facendo scivolare la gamba, fortunatamente gli altri punti sono stabili. Quando trovo un altro appoggio per il piede cerco con gli occhi un altro punto dove aggrappare le mani per proseguire.
Come sempre, dal basso, sembra una parete liscia come il vetro ma quando ci sei, quando sei lì con la faccia incollata alla pietra è un'altra storia. A non più di quattro metri, leggermente a destra vedo una macchia nera. Se sono fortunato è una crepa sufficientemente larga per permettermi di aggrapparmici con una mano a riposare un po', sempre che non vi sia un qualche occupante.
Impiego un'altra mezz'ora per arrivarci. Ci infilo la mano. All'interno, quasi di colpo, si allarga. Posso spalancare la mano ed la pietra stessa le impedirà di uscire, anche se mi rilasso un po'. Certo facile a dirsi: rilassarsi. Appesi per una mano nel vuoto. Rilassarsi è tutt'un dire, ma almeno posso far riposare le gambe e l'altro braccio e, forse, a bere un sorso dalla borraccia che ho appesa sulla schiena. Non più di un sorso, l'acqua mi servirà più avanti, non posso sprecarla.
Dieci minuti, non riesco a resistere altro tempo. Il polso che sorregge tutto il peso mi duole in maniera impressionante.
Guardo in alto il tratto che devo ancora scalare, poi in basso quello già compiuto: sono circa a metà. Poi…
Ho le mani scorticate. Sono cinque ore che salgo, mi sembra un tempo infinito, il sole comincia a calare ma ormai mancano pochi metri.
Certo, come se poi il mio lavoro fosse finito. No, ma almeno posso riposare un po', posso… no. Il riposo non è contemplato, al massimo posso concedermi dieci minuti per coprire la carne viva delle mani ed indossare i guanti. Non riesco a scalare con i guanti, so che dovrei ma non ho alcuna sensibilità altrimenti. E poi… poi comincia il vero lavoro: la ricerca.
Quella cavità ha attratto Giada da sempre e l'ha reclamata. Non sono certo sia lì dentro nè se vi si possa entrare però anche da terra si nota quello scampolo di stoffa impigliato nella pietra: un pezzo della sua fusciacca portafortuna.
Non appena isso il volto fino a quello spacco ne sento uscire un'aria calda mista ad un aroma di… di felci e muschio, gradevole, stucchevole e dolce.
Una sorta di melodia mi richiama da dentro.
Giada è più esile di me, non so se riuscirò ad infilarmici ma di sicuro devo tentare.
- Giadaaaaa - provo a chiamarla - Giadaaaaa
Mi giunge solo l'eco in risposta.
Mi piego, mi stringo e mi spingo all'interno dell'anfratto. L'aria calda mi tranquillizza, l'assenza del vento subito finora mi rilassa. Il battito rallenta e si regolarizza, i muscoli si rilassano. Prendo la borraccia e bevo un lungo sorso, stando attento a non esagerare. Le mie mani sono messe peggio di quanto credevo ma meglio di quanto temessi uso solo delle garze ed un paio di cerotti per tenerle ferme e comincio ad intrufolarmi nel pertugio.
Già dopo pochi metri non entra più luce, gli occhi si abituano gradualmente all'oscurità tanto da permettermi di scorgere le pareti che mi circondano. Ad un tratto la cavità si allarga e ne approfitto, dapprima accucciandomi invece di strisciare, poi, con mio sommo stupore potendo stare in piedi. Mi vengo a trovare in quella che sembra una grotta, provo a chiamare - Giadaaaa. - Solo l'eco mi risponde, comincio a temere per la sua incolumità.
L'aria è greve, satura e stantia, il buio e l'umidità la fanno da padrona. Fortunatamente nello zaino porto sempre delle torce chimiche per situazioni del genere. Ne prendo una, rompo la fialetta interna e una luce giallognola illumina l'ambiente.
Non mi sbagliavo, è una grotta ampia. L'umidità che filtra dalle pareti ha creato delle vere e proprie colonne bianche spesse quanto una gamba. In alto si scorge una sorta di camino e, guardando bene, lassù in alto, saranno un 100/150 metri, c'è una piccola fessura dal quale entra una flebile striscia di luce.
Non riesco a scorgere tutta la grotta da tanto è ampia, inizio ad esplorarla cercando tracce di passaggio umano, spero di Giada.
Dal corpo centrale partono due diramazioni: quale sceglier? Quale avrebbe scelto lei?
A terra non ci sono indizi, la pietra è troppo dura per rilevarci delle impronte od altri segni di passaggio umano. Osservo le pareti se, per caso, vi fosse rimasta una qualche traccia, magari un punto più lucido dove ha appogiato la mano, un filo di stoffa strappatosi dal suo abbigliamento… come fossi della polizia scientifica prendo, dallo zaino, una lampada a raggi ultravioletti blu, magari trovassi delle impronte. Infatti non trovo alcunchè evidentemente ho visto troppi film alla radio.
Opto per la classica monetina: testa a destra, croce a sinistra. Esce testa imbocco la diramazione di destra.
Con la torcia in mano avanzo dando, ogni tanto, voce. L'unica risposta che ottengo è l'eco. La reazione chimica finisce e mi ritrovo, nuovamente, al buio.
Mentre mi tolgo lo zaino per prendere una nuova torcia m'investe un gelida corrente. Sento un brivido e come una voce che mi chiama. Scosso da uno strano presentimento mi spiccio a prendere ed accendere una nuova torcia.
Niente. La galleria è vuota, buia e silenziosa come prima. A parte le liscie pareti illuminate dalla tocia verde non c'è niente di anormale, niente è cambiato, anche i miei richiami non sortiscono nientaltro che l'eco. Ma quella sensazione, quell'orrendo presentimento mi è rimasto attaccato addosso come una pulce su un cane.
Cerco di scrollarmela di dosso, non ho bisogno di altre distrazioni per ora e proseguo in questa galleria senza fine.
Dopo altre due ore il mio cammino viene interrotto bruscamente da uno strapiombo, una spaccatura che attraversa tutta la galleria larga più di quanto sia in grado di saltare. Se Giada è passata di qua deve essere tornata indietro per forza oppure… non voglio neanche pensarci.
Mi sporgo oltre il baratro e lancio l'ennesimo richiamo - Giadaaaaaa
Questa volta nemmeno l'eco mi risponde ma solo il silenzio assoluto, la mia voce viene assorbita da quelle pareti verticali. Per togliermi ogni dubbio accendo un'altra torcia e lascio cadere quella che, ormai, è quasi a fine.
La vedo cadere in profondità, dopo quasi un minuto arriva in fondo e quasi non vedo più la luce che emana.
Torno indietro: da sola e senza cordame non sarebbe mai scesa là sotto.
Prendo l'altra diramazione, quella di sinistra. Dopo non più di 500 metri inizia a restringersi ed a salire finchè mi trovo ad arrampicarmi in un canale quasi verticale finché non sbuco su una terrazza naturale.
Mentre riprendo fiato e lascio che la tensione dei muscoli si attenui mi guardo intorno sempre in cerca di indizi.
Mi stendo per riposarmi un po' ed alla fine mi addormento, certo la pietra non è molto comoda ma va bene ugualmente.
Mi sveglio tutto indolenzito al buio, la torcia si è esaurita mentre dormivo, ne accendo un'altra e verifico i miei rifornimenti: sono messo bene, posso proseguire ancora a lungo.
Esploro la terrazza attentamente: niente, completamente spoglia noto solo, a circa dieci metri d'altezza, una macchia più scura, probabilmente un anfratto. Sembra l'unica possibilità di proseguire. Mi arrampico e mi ci infilo.
Lancio il mio richiamo regolarmente ed altrettanto regolarmente solo l'eco mi risponde. Di Giada non v'è traccia.
Quando anche l'ultimo anfratto è esplorato devo tornare indietro. L'unica possibilità è la spaccatura nell'altra diramazione.
Anche se è pericoloso ed è improbabile devo scendere ad esplorarla.
Sceso in fondo recupero la torcia che ho lanciato prima e la ripongo insieme alle altre consumate per riportarle indietro.
La sala è ampia e la roccia emana un certo riverbero luminoso che mi esimono dal consumare una nuova torcia. Da una parte c'è una sorta di pozza piena d'acqua limpida. vicino alla stessa noto il primo segno di presenza umana: lo zainetto rosa che Giada porta sempre con se durante le escursioni. Ma di lei non v'è traccia. Esploro la pozza che, seppur ampia è poco profonda e non presenta particolarità degne di nota: una semplice conca.
Ma Giada che fine ha fatto? Perché il suo zainetto è lì?
La sala non si presta a nessun'altra esplorazione: nessuna diramazione, nessun anfratto, nessuna spaccatura. Sembra non esserci nessuna possibilità di uscire da li se non per dove sono entrato.
Mi siedo perplesso a riflettere.
Un alito gelido mi raggiunge e mi riscuote. Esattamente come prima un'orrenda sensazione mi assale.
- Giada, mia piccola Giada, dove sei finita? - questo è il mio pensiero assillante, tormentoso che non trova risposta.