L'uomo uccello

No, chi pensa si tratti dell'isola di pasqua e delle loro tradizioni, si sbaglia e si sbaglia di grosso. Non ci troviamo sull'oceano.
Anche chi pensa che sia un'altra delle mie storie strampalate fantasy o quant'altro si sbaglia, non tantissimo ma si sbaglia.
Non è nemmeno una storia, non mia quantomeno e non perché me la hanno inviata le muse, l'abbia sognata o quant'altro ma, semplicemente, perché è una leggenda. Una leggenda vera. Certo non è una leggenda comune, non è una di quelle che si sentono tutti i giorni ma è una leggenda e, come ogni leggenda, ha il suo fondo di verità.
Quindi: narra la leggenda… no. Non voglio raccontarvela così.


Siamo nella foresta, una foresta fitta, buia, calda e umida piena di animali di tutte le specie, terrestri, arbicoli, volatili. Da tutte le parti ci sono i richiami ed i rumori di una foresta viva nel senso più completo del termine.
Al centro di questa foresta, appollaiato su una collinetta, un villaggio di capanne. Capanne costruite con paglia, foglie di banano, fango ed altro, il tutto reperibile nella foresta stessa.
Saranno, in tutto una ventina di capanne ed una sessantina di persone tra donne, uomini, giovani, vecchi e bambini. Vivono di raccolta e, a volte, di qualche preda che cade nelle loro trappole. Trappole ben congeniate sia per animali terricoli che arbicoli e quindi anche qualche uccello ci casca ogni tanto.
Un giorno in queste trappole aeree, chiamiamole così, vi trovarono un uccello del paradiso, un bellissimo uccello del paradiso con una lunga coda striata bianco/blu/porpora che piangeva la sua rovina.
Il suo pianto incantava. Agli uomini che dovevano andare a prendere la preda per essere spennata e mangiata pianse il cuore al sentirlo piangere così e lo liberarono.
Libero volò via ma non fece molta strada che si posò sul ramo più alto che poteva sostenerlo dell'albero più alto della zona e cominciò a cantare di gioia. Il suo canto si sentiva a miglia e miglia 1) di distanza, in buona parte della foresta udirono questo canto paradisiaco. Tutti gli animali tacquero per ascoltarlo e pareva quasi che la foresta stessa si fosse acquetata per ascoltare la gioia di questo canto.
Bisogna che vi dia un dettaglio che forse appare irrilevante ai fini della storia. Esiste un linguaggio arcaico, antico che risale ai primordi del mondo e forse anche prima, un linguaggio che, anche se non era parlato da tutti gli esseri viventi ma solo da alcune specie di uccelli, era compreso da tutti. Un linguaggio di cui ormai si è persa ogni traccia ed ogni memoria, forse gli uomini sono stati troppo presi da se stessi per ricordarlo e tramandarlo, forse e questa è un'altra leggenda, ci è stato impedito di tramandarlo per un motivo o perché non ne eravamo degni. Era la lingua degli dei o degli uccelli. La nostra paradisea cantava la sua gioia proprio in questa lingua.
Il vento prese il canto e lo trasportò lontano. Non si sa quanto lontano di preciso ma, sicuramente, fino alle montagne distanti migliaia e migliaia di leghe 2).
Da qui partì in volo l'uccello più grande che si fosse mai visto a memoria d'uomo. Volò alto nel cielo e la parte di foresta oscurata dalla sua ombra si fermava a guardarlo lontano nel cielo.
Volò fin sopra la nostra paradisea e, dopo aver volteggiato un po' ad ascoltarla, scese in picchiata e si appollaiò su un ramo adatto lì vicino per ascoltare meglio la storia raccontata dalla paradisea.
Il suo canto diceva qualcosa del tipo:
"ohhh
quanto sono stolta e sciagurata tanto sono fortunata,
per germire un insetto ero finita in un gabbietto
ma la fortuna mi ha graziata e gli umani m'han liberata
or son qui a cantar di gioia, viva viva potevo tirar le cuoia

ammetto che forse non era questo il testo ma, comunque, per le persone che l'ascoltavano era incomprensibile, era solo un canto delizioso fatto di suoni e musica e ritmo ed armonie di una dolcezza ed una bellezza incomparabile, quindi mi si scuserà se non ho riportato il testo giusto.
Il nuovo arrivato ascoltò per un po' la paradisea e poi scese a terra al centro del villaggio.
Vi lascio immaginare lo stupore degli abitanti quando lo videro. Era un uomo. Cioè veramente non sapevano se era uomo o donna ma di sicuro era umano. Delle lunghe penne bianche lo ricoprivano dal collo in giù lasciando libera solo la testa, le mani ed i piedi. Le penne lungo le braccia erano ancor più lunghe di quelle del corpo e grazie a queste volava.
Non disse una parola mentre guardava tutti gli astanti. Dopo averli guardati tutti ben bene aprì la bocca per parlare ma, invece, cantò. Cantò nella lingua degli uccelli e gli astanti, stranamente, comprendevano quanto diceva. In questo sperduto villaggio nella foresta risorse la conoscenza della lingua degli uccelli.
Ormai non vive quasi più nessuno nel villaggio, tranne un'anziana, non si sa quanti anni abbia, l'unica discendente vivente di quei primi abitanti. Nelle città vicine si narra che sia una strega e che parli con gli animali.
Chissà…

1)
un miglio sono mille passi: quindi tra uno e due chilometri, dipende dal passo
2)
una lega è lo spazio percorso a piedi in un'ora: quindi tra i quattro ed i sei chilometri, dipende dal passo