Il destino

Ovviamente ricorderete la storia Il senso di colpa e ovviamente vi ha lasciato l'amaro in bocca perché è rimasta… appesa ad un filo.
Volutamente non vi raccontai l'epilogo, avreste potuto credere ciò che volevate: chi vuole l'illusione del "vissero felici e contenti" avrebbe potuto pensare che niente di grave sia successo al caduto e magari si sono riincontrati, è continuata l'amicizia e così via.
Bhè, se volete questo, non leggete quest'altra storia, ci rimarreste male.


Bene, chi è rimasto evidentemente o è curioso oppure non vuole sprecare energie a pensare a cosa potrebbe essere successo.


Il ragazzo silenzioso, dopo la cura dell'acqua, riprese a parlare, non tanto perché la paura gli fosse passata, non aveva alcuna paura e nemmeno perché era tranquillo e aveva trovato la pace, lo fece solo per far cessare le domande. Non si aprì affatto ma finse. No, non è esatto dire che finse, neanche che mentì ma diede a chi gli era intorno ciò che voleva: un bambino che aveva passato una brutta esperienza, un po' impaurito forse ma un bambino. E finse così bene che tutti ci credettero.
Gli raccontarono che all'amico avevano ingessato una gamba e che quindi i genitori l'avevano riportato a casa, per questo non lo aveva più visto in giro. Fece finta di crederci.
Ma non ci credeva e non ci credeva per un motivo semplice: aveva visto com'era caduto il suo amico e, dall'alto, aveva visto in che posizione si trovava.
Sfortunatamente il paese era piccolo, sfortunatamente la sua faccia era nota (bhè i discoli sono sempre noti a tutti), sfortunatamente vigeva la regola del silenzio e nessuno parlava, lui lo sapeva e, quindi, non interrogò i paesani.
In paese, però, non c'era un ospedale ma quello più vicino era a qualche chilometro di distanza e lì nessuno lo conosceva.
Un mattino si alzò presto ed uscì. Era sua abitudine alzarsi presto ed andare a giro nei dintorni del paese, girellare, giocare e compagnia bella, quindi nessuno se ne preoccupò. Mise i piedi in spalla e si avviò verso la cittadina vicina dove sapeva essere l'ospedale e ci andò.
Arrivato indossò la sua faccia di bronzo e cominciò a chiedere informazioni. Ovviamente gli adulti non erano così propensi a parlare con un bambino dei malati ma, alla fine, interrogando tutti trovò un uomo piuttosto anziano che gli raccontò ogni cosa.
Il vecchio non aveva peli sulla lingua, probabilmente non ci vedeva neanche granché e non aveva molte persone con cui parlare, vagava nell'ospedale senza meta tutti i giorni senza avere niente da fare, nessuno da trovare ma era tollerato per un qualche ignoto motivo.
L'ambulanza era arrivata a sirene spiegate, il ragazzo aveva perso molto sangue e probabilmente aveva più ossa rotte, il vecchio non lo sapeva con precisione anche se ricordava d'aver sentito gli infermieri che dicevano che "se sopravviveva sarebbe rimasto in carrozzella per sempre".
Al sentire queste parole il nostro scavezzacollo si sentì mancare il fiato. "Invalido" era una parola orrenda, come poteva un ragazzino di una decina d'anni comprenderla e sopportarla, come poteva un ragazzino non poter più giocare, camminare, correre, saltare era come la morte.
I pensieri che gli correvano nel cervello non ebbero un attimo di riposo, si accavallavano alla rinfusa e si rincorrevano senza sosta.
Ma, potevano essere passati pochi istanti, il vecchio ancora parlava quindi, sforzando la propria volontà, li accantonò e seguì i discorsi dell'uomo.
"…lo portarono direttamente in sala operatoria" diceva "non so quante volte siano passati col carrello pieno di sacche di sangue, ci rimase delle ore…"
il ragazzo pensava, ascoltava e pensava e i sensi di colpa, il rimorso, la commiserazione, la condanna lo riempiva
"…quando il dottore uscì aveva gli occhi stanchi, si vedeva che non ce la faceva più, gli infermieri si sostenevano a vicenda, qualcuno piangeva…"
quasi non ascoltava più
"…ero presente quando lo disse ai genitori. La madre urlò e pianse, pianse ed urlò. Il marito la sosteneva, non urlava ma piangeva in silenzio."
il ragazzo uscì di corsa, corse e corse per tutto il tempo tagliando per i campi, saltando i fossi, solo quando arrivò al fiume si fermò. S'inginocchiò appoggiandosi sulle mani e pianse. Pianse a dirotto. Non c'era nessuno all'intorno che potesse vederlo, nessun testimone vide ciò che fece dopo.
Infilò la testa sott'acqua per soffocare il proprio dolore, quando la mancanza d'aria lo obbligò a tirar fuori la testa aveva terminato di piangere e si sedette. Impilò una serie di sassi che, nella sua mente, doveva essere un tumulo per il suo amico e gli disse addio a modo suo.
Tornò al paese in silenzio, rientrò solo un'ora dopo l'ora di pranzo e si beccò la ramanzina e la punizione senza dire una parola.