Questa storia non è affatto facile da raccontare eviterò quindi preamboli, giri di parole ed orpelli.
La vita di Polly non è stata semplice, come quella di nessun altro del resto la vita non è mai semplice, che l'ha privata di ogni gioia, di ogni libertà e di ogni allegria, che le ha fatto consumare tutte le lacrime, lasciandole solo aridità, amarezza, sfiducia, autocontrollo e disciplina. Non una disciplina militaresca, giammai, più un modo di fare, un modo di vivere autoimposto che le impediva di lasciarsi andare totalmente.
Questo modo di vivere non le pesava, per lei era normale, naturale e, anche se a volte le sembrava strano l'atteggiamento delle altre persone sia nei suoi confronti sia nei confronti degli altri, giusto. Credeva fermamente nella giustezza delle proprie regole di comportamento e vi si atteneva, quindi, scrupolosamente quasi religiosamente. Non erano, di per se, regole strane od incomprensibili: rispetto di se prima di tutto, rigore morale, rispetto per gli altri, giustizia nel comportamento ed eticità. Era certa che tutti potessero, anzi dovessero, capirla ma, ovviamente, non era sempre così. Ma, per lei, era così.
Aveva un lavoro che non la soddisfaceva a pieno, come molti, apprezzava molti colleghi come apprezzava meno altri, come tutti del resto. Non è possibile che ci piacciano tutte le persone con cui si ha a che fare. Ad ogni modo, in ambito lavorativo, trattava allo stesso modo sia chi apprezzava che chi non apprezzava mentre, al di fuori dell'ufficio intratteneva relazioni solo con quelli che le piacevano. Credeva, non facendo distinzione e preferenze tra gli uni e gli altri, di mantenere la propria integrità.
Peccato che le persone, al pari di Polly, non siano così semplici. Peccato che non si possa regolare i comportamenti interpersonali tramite regole precise ed imprescindibili.
Polly in ufficio aveva legato, un po', solo con poche colleghe con le quali rideva e scherzava e, quando le trattava al pari degli altri colleghi, si mostravano dispiaciute e contrariate, a volte anche adirate ma Polly, a questo, non sapeva come replicare. Se, da un lato le preferiva agli altri dall'altro non si sentiva, in ufficio, di trattarle diversamente da come trattava tutti. Anche se poi, però, stava male alle loro rimostranze. Specialmente quando non le capiva.
Tra i colleghi, per questo suo modo di comportarsi, ovviamente, non era ben gradita e quindi spesso veniva lasciata da parte, anche da quelle con cui aveva legato. Ma non gliene faceva una colpa, non era certo un problema loro se lei era diversa ed emarginata, era affar suo.
I colleghi spesso si approfittavano del suo atteggiamento che appariva altero ed al tempo stesso remissivo, subiva senza fiatare molte angherie, molti insulti discriminazioni palesi o anche evidenti, ingoiando tutti i rospi in silenzio dato che, per lei, tutto ciò che succedeva in ufficio non aveva alcun valore finché non le mancavano di rispetto.
Queste mancanze di rispetto erano quotidiane così come il sentirsi invisa, esclusa ed esiliata ma, come dicevo, non le pesavano più di tanto. Sapeva che gli altri legavano ed amalgamavano e capiva che se lei non voleva/poteva unirsi al gruppo doveva stare da parte e se le mancavano di rispetto accettava di buon grado e, seppur rodendo, lasciava correre.
Ma, ogni tanto, quando la misura era colma sbottava. In quei casi, almeno secondo i colleghi, andava oltre le righe.
A volte era conscia di esagerare e se qualcuno se l'aveva a male non era un problema. Altre ne era meno conscia ed altre ancora non vedeva alcuna esagerazione; in questi casi non capiva se qualcuno se l'aveva a male e, specie se erano le colleghe con le quali aveva legato, ci stava male. Ma non tanto perché se la prendevano ma perché non capivano o nemmeno ascoltavano il suo punto di vista.
Capiva, in quei momenti, di non aver legato nemmeno con loro, persone nelle quali credeva e di cui aveva fiducia. Si ritirava nel suo angolino, si isolava e si angustiava.
Polly, allora, piangeva.