L'ultima difesa

Non ho sentito il colpo, non ho visto da dove proveniva, ho solo sentito l'impatto contro la spalla che mi ha spinto all'indietro, contro il muro.
Mi sono sorpreso a guardare un buco nella spalla, avrei potuto infilarci un dito, non c'era neanche sangue, non subito almeno. Dopo è arrivato tutto insieme: il sangue ed il dolore.
Non troppo sangue, non quanto credevo almeno, è stato colpito solo il muscolo, che fortuna.
Un dolore bruciante, lancinante, non tanto forte da essere insopportabile ma persistente, caldo: come quando ti scotti prendendo una pentola calda, solo che qui non puoi mollarla.
Il sergente chiama i portaferiti "portatelo indietro", io urlo "no". Mi strappo la manica della mimetica, ne metto un pezzo prima nel foro d'entrata, poi in quello d'uscita e, con quanto ne rimane, mi bendo la spalla e stringo forte, più forte che posso.
"Se vuoi tornare indietro" gli dico "dammi la tua pistola" e gliela prendo dalla fondina, ha il fucile, come me, in mano.
Mi accuccio dietro un ostacolo e verifico la carica di entrambe le armi.
Sospiro pensando ai miei cari a casa, mi alzo con le armi in pugno.
Uno, due, tre, quattro, non so quanti colpi mi centrano, non mi interessa. Sono l'ultima difesa di mia moglie, dei miei figli. Ho giurato che non passeranno e non passeranno, nemmeno se mi ammazzano.
Barcollando continuo ad avanzare e sparare. Vedo la paura nei loro occhi. Qualcuno lancia qualcosa ai miei piedi. Come facevo in gioventù con le lattine calcio al volo l'oggetto e lo rispedisco indietro. La bomba esplode tra loro.
Solo un soffitto bianco davanti ai miei occhi, non riesco a muovermi.
"Fermo, fermo" mi dice una voce ignota di donna "hai tante ferite…"
"Sono passati?" la interrompo con ansia.
Due splendidi occhi grigi mi sorridono "no, c'è stato l'armistizio"