La Sibylla

La piccola Coline era una ragazzina cui piaceva ridere ma con pochi amici fidati.
In realtà pochi è un eufemismo ne aveva ben due (nda: accidenti, più di me… devo preoccuparmi?): il suo gattino nero come il buio della notte più buia ed un compagno di scuola con cui passava la maggior parte del tempo che non stava sola.
Bhé sì, era una tipa solitaria, le piaceva stare da sola, si isolava e, nel suo isolamento pensava, pensava, pensava. Aveva una mente geniale, per la sua età si poneva quesiti che, sinceramente, trascendevano dal suo stesso tempo. E leggeva, leggeva, leggeva. Leggeva così tanto che alla biblioteca non sapevano più cosa prestarle, i libri rimasti non erano adatti ad una bambina della sua età.
Per Coline questo non era un problema, molto semplicemente diceva, con il sorriso stampato sulla faccia, "che ci vuoi fare? leggerò il giornale".
Alla biblioteva, invece, prendevano il problema molto seriamente, la bibliotecaria, in special modo, si era presa molto a cuore le letture di Coline. Non voleva che quella bambina sempre vestita di nero e che non vedeva mai in compagnia di suoi compagni di classe leggesse libri inadatti. Contattava tutte le biblioteche vicine e lontane ed investiva interi fine settimana per andare da un posto ad un'altro per cercare libri adatti alla piccola Coline, non che ci riuscisse sempre ma spesso, per la verità sempre più raramente, trovava qualche perla.
In una di queste ricerche trovò un libro intitolato "La Sibylla" che conteneva la leggenda di una profetessa antica. "Non è proprio adattissimo a Coline ma, in mancanza di meglio, accontentiamoci" pensò, prese il volume e se lo portò via.
Coline fu contenta, a modo suo, del nuovo libro non sapeva che in passato ci fossero profetesse, faceva la seconda elementare non avevano ancora cominciato a studiare la storia, quindi lo lesse avidamente. In una sola notte lo lesse tutto, non riuscì a staccarsi da quella storia.
A scuola il suo amichetto la vide strana "cos'hai Coline?" ma neanche lo degnò di uno sguardo, oltre che di una risposta. Non era nuova a queste chiusure, la prendevano spesso in giro per questa sua mania di rintanarsi nei suoi pensieri, ma lei non ci badava.
Finita la scuola tornò di filato a casa e si rimise a leggere il libro. Lo lesse di nuovo, era la prima volta che leggeva un libro due volte.
"Come fa la Sibylla a predire il futuro?" si chiedeva, "come faceva a sapere cosa sarebbe successo in anticipo?", "perché?", "percome?", "perquando?". Questi erano i suoi quesiti: a Coline qualcosa non tornava specialmente perché, in una delle predizioni della Sibylla, ci leggeva se stessa. Ci leggeva la sua vita passata, ci leggeva il suo presente e, ancor più stranamente, ci leggeva anche il suo futuro.
Come poteva la Sibylla sapere tutto ciò? Semplicemente non poteva. Ma, eppure, quella era la sua vita.
Quando riportò il libro alla bibliotecaria, questa, tutta contenta le chiese "ti è piaciuto il libro Coline?" la bimba, dal basso, questa volta senza sorriso, le rispose "sì ma… non capisco", "cosa non capisci cara?" le chiese di rimando "non capisco come facesse a predire il futuro", la bibliotecaria la guardò sorpresa e le rispose "è un potere che gli avevano donato gli Dei, sai cosa sono gli Dei?", "sì, rispose, ma non esistono noo? ma se non esistono come poteva predire il futuro?"
La bibliotecaria restò perplessa dall'acume della ragazzina e rimase senza parole.
Coline, non ottenendo risposta, chiese "posso avere questo libro?" e le diede un foglietto con sopra un titolo scritto a mano (nda: informazione non pervenuta). La bibliotecaria, dopo essersi messa gli occhiali ed aver letto il titolo "ma è un libro da grandi, non so se è il caso". Coline la guardò e, per la prima volta da quando la conosceva, la vide con un faccino triste ed abbattuto che la intenerì. "ohhh Coline non guardarmi così… facciamo in questo modo, lo leggiamo qui insieme così, se c'è qualcosa che non capisci me lo chiedi direttamente, va bene?"
Coline, sorridente, acconsentì.
Preso un libro si misero su un tavolaccio a leggere. In realtà Coline leggeva, la bibliotecaria non riusciva a starle dietro da tanto che era veloce, leggeva quattro o cinque righe e Coline già voltava pagina: era una macchina da lettura quella piccola indemoniata.
Finito che ebbero Coline ringraziò e tornò a casa.
Dormì male quella notte, anzi, non dormì affatto. Era pensierosa, nervosa, infastidita, quando riusciva a prendere sonno, subito si svegliava in un bagno di sudore. Il gattino nero le dormiva vicino, incurante del nervosismo di Coline.
La mattina, appena alzata, andò alla biblioteca e chiese altri tre libri, tutti da grandi. Non c'era la bibliotecaria, c'era un giovanotto che, sgarbatamente, le rispose "sei troppo piccola per questi, va via".
Coline era triste ed abbacchiata, tornò a casa. Per la prima volta in vita sua pianse. Pianse senza freni, pianse a dirotto, pianse a più non possono con il gattino tra le braccia. Il gatto era tutto fradicio ma sopportava il pianto della sua padroncina senza rimostranze e senza allontanarsi. Finché le parlò.
Sì, il gatto parlò. Aveva una voce profonda per essere un gattino, sembrava provenire da un abisso buio e lontano. Disse "Coline ora smettila!".
Più che altro per lo stupore il pianto cessò.
Il gatto saltò giù dal tavolino sul quale era appollaiato, fece due passi si fermò, girò la testa, la guardò e disse "seguimi" avviandosi senza voltarsi a controllare se lo seguiva davvero.
Scesero nel seminterrato e, tra la robaccia vecchia che c'era andò ad appollaiarsi su un vecchio, vecchissimo baule del quale Coline non sapeva l'esistenza.
Avevano il volto alla stessa altezza, si guardavano negli occhi. Il gatto, d'un tratto, svanì.
Intimorità cominciò a chiamarlo ma non rispose, era svanito nel nulla.
Fattasi coraggio aprì il baule. L'interno era scuro e buio e profondo, non si vedeva cosa contenesse, vi infilò un braccio ma non toccava il fondo, non toccava nulla in verità, si sporse il più possibile, si allungò come più poteva, ci infilò la testa ma, ancora non riusciva a toccare il fondo. Ad un tratto, ci cadde dentro.
Quando riaprì gli occhi non sapeva dove si trovava. Sulla sua testa c'era un soffitto fatto di travi e paglia. Si guardò intorno, non era la sua casa. Dov'era?
Una voce profonda disse "ben tornata Sibylla, avete visto il futuro?"