===== Il marconista ===== Era una vita ingrata quella di Gransky: il suo lavoro non gli piaceva, i colleghi gli stavano antipatici, i suoi amici lo sfruttavano, non aveva il becco d'un quattrino, niente lo affascinava, niente lo appassionava.
Girava di bar in bar finché non si ubriacava e lo sbattevano fuori, poi, semplicemente, si buttava in un angolo, su una panchina, per terra, in un vicolo e dormiva finché i demoni dell'alcool non l'avevano lasciato.
Una mattina, si sveglia abbracciato ad un albero, non sa come ci è arrivato, non riconosce l'albero, come si permette di prendere tutte queste confidenze? Si guarda in torno e scopre di non riconoscere nemmeno dove si trova. La sera prima si deve essere bevuto anche l'inferno, non ricorda niente.
Per strada, mentre si dirige verso il lavoro, attaccato ad un lampione, trova un biglietto con su scritta solo 37.2, bho, chissà che significa. Durante tutto il giorno quel numero sembra perseguitarlo, lo vede dovunque, la prima auto che incontra i numeri della targa sono 372, un cartello pubblicitario vanta 37.2 milioni di vendite, un altro lo ha come prezzo offerta.
Dopo il suo monotono e triste lavoro torna verso casa ancora assillato da quel numero: 37.2.
Ha ricevuto in eredità una vecchia radio, vecchissima, con la quale, ogni tanto, si diverte a sondare l'etere. Non ha la licenza, ufficialmente non potrebbe usarla né per ricevere né per trasmettere ma… chi se ne frega.
Si sintonizza sulla frequenza 37.2. Silenzio, non un fruscio di statica, assoluto silenzio, in effetti non è molto naturale, qualsiasi altra frequenza emette il caratteristico fruscio e sibilo di statica. 37.2, invece, è completamente muta.
Forse è ancora mezzo ubriaco, non lo sa. Comincia a trasmettere "heylà, c'è nessuno?"
Il silenzio che gli risponde è assordante.
Resta in ascolto per alcuni minuti, quando sta per togliersi le cuffie ed andare a farsi una bevuta una voce lontana "Gransky vieni da noi"
"chi è? come sai il mio nome?"
Silenzio, silenzio totale.
Prova per alcuni minuti finché scocciato butta le cuffie e si dirige verso il primo bar che incontra. Oggi comincia presto a bere. Chi prima inizia prima finisce.
In realtà non riescie ad ubiracarsi, beve come una spugna finché ha ripulito il portafogli ma non riescie a smettere di pensare a quella frase "vieni da noi" ma noi chi? Chi? Per la miseria.
Un po' barcollante s'incammina verso il prossimo bar, ma non lo trova. Sviene e si ritrova nuovamente abbracciato all'albero. Si volta in tutte le direzioni, vede solo il vuoto, il nulla. Ci sono solo lui e l'albero. Niente sopra, niente sotto. Deve essere un sogno.
Se è un sogno, tanto vale dormire. Si ributta a terra per dormire quando una voce lo chiama "vieni Gransky, vieni"
Spaventato, di soprassalto, si guarda in torno. È perfettamente sobrio. Non c'è anima viva in giro.
Ormai non riuscirà più a dormire.
L'albero è svanito ovvero non è svanito ma non è più un albero, non sembra più un albero. C'è una porta nell'albero.
Gransky è perplesso ma curioso. L'apre. Non vede niente. Buio assoluto.
Sta per richiudere la porta quando qualcosa, qualcuno lo afferra e lo tira dentro. Dentro il buio.

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