===== La traduzione ===== Jonathan fu ingaggiato come tante altre volte per tradurre quel vecchio libro.
Giada, la proprietaria, l'aveva trovato ripulendo la soffitta e, guardandolo, aveva capito che era scritto in latino. Avrebbe potuto tradurlo da sola, volendo rispolverare tra i brandelli della propria memoria i suoi studi classici ma, chi ne aveva il tempo?
Jonathan si occupava di traduzioni sia dal latino che dal greco classico quindi aveva accettato con gioia l'incarico, era sempre curioso quando gli portavano un nuovo lavoro.
Il testo era, in effetti, in latino ma non del tutto. Sparsi nel testo c'erano parole e vocaboli che non conosceva, che non ricordava d'aver mai incontrato quindi era doppiamente felice per il lavoro: esso rappresentava una sfida.
Tutto procedeva bene, certo era impegnativo, ma tutto sommato divertente.
Dopo il primo centinaio di pagine di traduzione fitta fece una pausa per rileggere la traduzione. Era una cosa che faceva sempre, lo aiutava ad elaborare meglio il testo, diceva.
Durante la lettura gli sembrava che il tempo rallentasse, come se la stanza, le pareti, tutto gli collassasse addosso. Si fermò più volte per guardarsi intorno: tutto era normale, tranquillo.
Quando terminò di leggere quelle pagine era diventato buio ed era, quindi, il momento più opportuno per smettere di lavorare.
La mattina dopo, dopo colazione, ricominciò il suo lavoro ma c'era qualcosa che non tornava.
Sembrava a lui o la risma di fogli tradotti era più alta di quando l'aveva lasciata? No, non poteva essere. Ma era così, i fogli tradotti erano circa il doppio, come se qualcuno avesse fatto il suo lavoro durante la notte. Prese l'ultima pagina tradotta: era l'ultima che si ricordava d'aver fatto ma, ora era la 214 invece della 106. Impossibile.
Rilesse la traduzione, la cosa gli impiegò almeno tre ore. Non c'era dubbio: era il testo che lui aveva tradotto.
Perplesso, mise la questione da parte e cominciò a tradurre le pagine mancanti.
Dopo una decina di pagine s'imbattè in un termine a lui completamente ignoto: di sicuro non era latino, greco classico od aramaico (sì traduceva anche l'aramaico) ma, in ogni caso, sapeva come si leggeva. Assurdo, non conosceva il termine, non conosceva la lingua ma sapeva tradurre in suono quei simboli. La lesse, la sussurrò ma la parola voleva essere letta a voce alta, gli implorava di esser letta bene, non sapeva descrivere la sensazione. Jonathan sapeva che quel termine voleva essere pronunciato ed ascoltato ma qualcosa, un presentimento, non sapeva come chiamarlo, lo tratteneva. Sapeva che pronunciarla sarebbe stato un errore.
Combattè con se stesso a lungo: voleva pronunciarla ma non voleva allo stesso tempo.
Alla fine, come sempre, la curiosità ebbe la meglio e pronunciò quel termine a voce alta.
Glauack, Glauack, Glauack. Tre volte la pronunciò, in crescendo, sempre a voce più sostenuta.
In quel momento preciso tutto divenne bianco. Non c'era più nulla: bianco davanti, bianco dietro, bianco a destra, bianco a sinistra, anche sopra e sotto, tutto bianco. Anche Jonathan stesso, quando si guardò, era completamente bianco, non riusciva a distinguersi dal resto.
Alcuni giorni dopo Giada andò in cerca di Jonathan per avere notizie della traduzione. Non lo trovò. Provò a telefonargli: il cellulare squillava in casa ma, di lui, non v'era traccia. S'informò dai vicini: non lo vedevano da giorni. S'informò dai parenti: non lo sentivano da tempo e non sapevano dove trovarlo. Jonathan era scomparso.
Anche la polizia lo cercò, nessuno ha più visto Jonathan. È scomparso senza lasciare traccia.