In un luogo molto molto sperduto, in un luogo molto molto lontano esiste una foresta molto molto fitta e molto molto buia.
Nessuno entra nella foresta perché si dice, da tempo immemore, che chiunque vi entri non ne faccia più ritorno. Alcuni, per questo motivo, la chiamano la foresta del tempo perduto.
Come ogni storia di leggende che si rispetti anche in questa c'è qualcuno che osa sfidare il mito. In questo caso è una ragazzina, avrà circa 15 anni, nessuno lo sa veramente, fu trovata sola, abbandonata, sporca, affamata e piangente all'ingresso del paese quando aveva 3 o 4 anni e, da allora, è stata adottata da tutti. Mangia dove capita, tutti si prodigano per lei, dorme dove si trova ed il primo che la vede la porta in casa sua a dormire al coperto.
A quel tempo alcuni bambini sparivano dalle culle e sempre le tracce portavano fino alla foresta. Nessuno, neanche il più coraggioso degli uomini di legge, osava inoltrarvisi per cercare i bambini rapiti quindi rimanevano sempre casi irrisolti.
La ragazzina, che si amava farsi chiamare Lucilla ma molti chiamavano Lulù, era sempre stata uno scavezzacollo senza paura e senza ritegno. Ed infamò, beffeggiò, derise tutti gli uomini del villaggio che, grandi e grossi com'erano avevano paura di un boschetto. Anche se dispiaciuti ed imbarazzati da tali frasi non riuscivano a metter da parte la propria codardia ed andare oltre.
Lulù, dopo l'ennesimo rapimento, gridò ai quattro venti che se nessuno fosse andato nella foresta avrebbe fatto vedere a tutti cos'era il coraggio. Nessuno, ovviamente, ebbe abbastanza fegato da offrirsi di andare nella foresta. Lulù, sprezzante della leggenda, sputò a terra davanti a tutti dicendo "mi fate schifo, andrò io a cercare i bambini". Subito tutti cercarono di dissuaderla ma, quando Lulù si metteva in testa qualcosa, non c'era verso di farla ragionare.
Il mattino dopo, dopo aver fatto provviste, s'avviò verso il bosco.
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Una volta entrata nel folto le parve come di esssere inghittita in un'altro mondo: erano spariti tutti i suoni ed i rumori, non c'era un'alito di vento, non un fruscio di foglie, il buio era pressoché completo pur essendo in pieno giorno. Gli alberi, che dall'esterno parevano formare tutta la foresta, erano presenti solo nel tratto più esterno, giusto per una decina di metri, dopo altri non era che una fitta foresta di bambù. I più alti bambù mai visti da essere umano dato che non se ne vedeva la cima. Probabilmente i bambù più spessi che mai fossero cresciuti dato che alcuni non potevano essere abbracciati nemmeno da due uomini. Ma, tutto sommato, solo una semplice foresta di bambù.
Il tempo passava e Lulù continuava ad andare avanti a cercare ma, per quanto andasse avanti, per quanto cercasse di sforzarsi di proseguire, le pareva sempre di essere al solito posto, di non muoversi tanto quei bambù, tanto quella foresta era simile a se stessa in ogni punto.
Perse la cognizione del tempo, potevano essere passati ore, giorni o solo minuti, quell'eterna oscurità non le faceva percepire lo scorrere del tempo, solo i brontolii dello stomaco ed il dolore ai piedi le facevano capire quanto tempo e quanta strada avesse fatto.
Finì tutte le sue provviste, quindi dovevano essere passati alcuni giorni, forse una settimana e lei non sapeva come tornare indietro dato che, le foglie cadute avevano steso un manto sul quale era impossibile lasciare tracce.
Così lei proseguì, proseguì, proseguì e continuò a proseguire.
Gli abitanti del villaggio pensano che ancora vaghi nella foresta alla ricerca dei bambini e, con il suo vagare, protegga quelli del villaggio che, da allora, non sono più scomparsi.
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Molti anni più tardi l'uomo mandò dei satelliti nello spazio che resero il mondo molto più piccolo.
Di lassù si nota un piccolo boschetto al cui interno, per un qualche gioco della natura, un folto intrico di canne di bambù forma la figura di un otto.