Kablù

C'era una volta Kablù.
Kablù era un Dio: onnisciente, onnipresente, onnivedente, poteva fare ogni cosa, creare, distruggere, modificare. Non c'erano altri limiti alle sue possibilità se non quelli dettati dalla sua fantasia ed aveva una fantasia non comune, anche tra gli altri Dei; quindi, in pratica, poteva tutto.
Il tempo passava, a volte lento, a volte veloce, come per tutti anche per gli Dei il tempo scorreva senza regole e senza poterlo controllare "è sempre stato così e sempre sarà così" dicevano tutti quelli che interpellava Kablù.
Ma a Kablù questa cosa non bastava affatto.
Si ingegnò, studiò, confrontò tutto ciò che sapeva con tutto ciò che sapevano gli altri e inventò un modo per controllare il tempo stesso. Non fu una cosa facile ma con fantasia e determinazione riuscì a prendere il controllo di ciò che era incontrollabile.
Kablù, oramai, aveva tutto ma non era soddisfatto.
Gli mancava qualcosa ma non sapeva cosa, aveva tutto ciò che potesse desiderare: soldi, fama, potere, genio, fantasia. Cosa mai poteva mancargli?
Nulla. Ed infatti… eppure Kablù, dall'alto del suo scranno si annoiava.
A quel tempo non esisteva il mondo, non esisteva l'universo, non esisteva altra vita se non quella degli Dei. Kablù modificò questo stato di cose e creò l'universo, i mondi e varie forme di vita tra cui quella umana.
La vita umana si evolse con calma, nel tempo gli umani divertirono Kablù, lo emozionarono e gli fecero scoprire cosa gli mancava.
Semplicemente si sentiva solo.
Aveva scoperto che gli umani si univano non soltanto per procreare, divertirsi ed associarsi. No si univano anche solo per il gusto di stare insieme e, spesso, quest'ultimo era il motivo principale.
Scoprì, quindi, cosa gli mancava: compagnia. È vero conosceva tanti Dei, tante Dee, eppure la loro compagnia non lo soddisfaceva, non lo entusiasmava, semplicemente gli sembrava solo uno spreco di tempo, non gli davano alcuno stimolo, non gli accendevano, come aveva sentito dire agli umani, l'anima.
La solitudine lo attanagliava, la noia lo opprimeva.
Decise di fare una cosa impensabile: decise di scendere tra gli uomini e diventare uno di loro. Divenne un essere umano.
Sperava così di poter vivere come tutti gli altri e trovare ciò che gli mancava. Sperava che il non aver capacità speciali, poteri e conoscenze infinite lo avrebbe aiutato.
Non fu così: la solitudine fu la sua condanna per molti è molti anni.
Al colmo della disperazione dimenticò. Dimenticò chi era, da dove veniva, cosa cercava, dimenticò tutto e cominciò a cercare. Tutta la sua vita, cioè ciò che ne rimaneva, fu una continua ricerca ma, non sapendo cosa, non riusciva a trovarlo.
Stava per rinunciare quando scoprì o per meglio dire gli fu rivelato qual era il fine della sua ricerca: una compagna.
Ricominciò a cercare ma, ancora una volta non riusciva a sentirsi soddisfatto: tutte le persone che incontrava, tutte quelle che conosceva non lo stimolavano, non lo interessavano. Ancora una volta scoprì che niente e nessuno riusciva ad accendergli l'anima.
Si sentì condannato e ricordando sentì che la sua era una condanna definitiva.
Nella sua continua ricerca scoprì, però, qualcosa di diverso, qualcosa che non si era aspettato. Quando aveva dimenticato tutto aveva dimenticato che esisteva anche un'altra cosa, non meno importante anche se, forse, meno appagante. Aveva dimenticato l'amicizia finché non la incontrò dove meno se lo aspettava: nell'antro dell'inferno.
Quest'amicizia fu, per lui, un alito di vita, una fresca brezza di beatitudine. Non gli fu facile comprenderlo, non gli fu facile ammetterlo ma, alla fine comprese, alla fine lo ammise. Trovò così, se non la pace, la consapevolezza di poter essere se stesso e si riappropriò completamente della propria memoria.
Però ora, pur avendo riacquisito coscienza di sé e ricordando cosa cercava e cosa desiderava, ha deciso di rimanere tra gli uomini e scoprire cosa una vita può donargli e cosa lui può donare alle persone che, oramai, considera amiche. Anche se questo lo condannerà alla solitudine eterna.