Erano anni bui e tempestosi… no, che cazzata, erano anni freschi e gioiosi, gli anni dell'infanzia e della prima gioventù, gli anni che iniziano a formare il carattere e non si hanno pensieri strani per la testa.
Estate: si torna, insieme alla famiglia, nei luoghi d'origine dei genitori a trovare nonni e parenti non emigrati lontano.
Il paese che di solito conta poche migliaia di anime si ritrova affollato come una metropoli, decine, centinaia di migliaia di persone da alloggiare e sfamare: gli esercenti locali fanno affari d'oro.
Bambini e ragazzi che non si conoscono nè si sono mai visti s'incontrano e complice il caldo e la gioventù giocano e si divertono come pazzi. In tanti si scoprono amici facilmente.
Due di questi bambini si conoscono e diventano amici velocemente sono due discoli e corrono, giocano, scoprono ogni luogo del paese, rivoltano ogni sasso per scoprire che tesoro nasconde, s'intrufolano negli antri più bui e nei cunicoli più stretti finanche a trovare grotte e catacombe non visitate da nessuno da anni.
In pratica: si divertono come matti a rivoltare tutto ed a scoprire e ad immaginare le storie più nascoste del paese.
Questi due grandi amici hanno l'avventura nel sangue e nessuno dei due si tirerebbe indietro di fronte ad un'avventura.
Il paese è appollaiato su una montagna rocciosa ed è quindi solo questione di tempo prima che i due, nel loro girovagare avventuriero, scovino un tratto roccioso che porta fin sotto le mura del castello dov'è occupato dal monastero delle suore ed è giocoforza che si sfidino a chi fa prima a scalarlo.
La parete di roccia non è certamente molto alta, saranno 8/10 metri appena, e non è nemmeno molto complessa da scalare, è piena di fenditure ed appigli che danno presa molto bene.
Chi vince sarà l'eroe e chi perde il fesso della giornata. In ogni caso ci sarà da divertirsi. Quindi partono alla scalata.
Ovviamente son due bambini, sono altamente incoscenti, sono altamente stupidi e sono altamente sicuri di se e quindi non dicono niente a nessuno.
Parte la scalata. Uno a destra, uno a sinistra, salgono inesorabilmente scambiandosi battutine sceme nel frattempo.
Uno dei due si ferma su una cengia e l'altro l'apostrofa "che sei già stanco? ho già vinto? t'arrendi" e riceve come risposta una pernacchia e riparte alla scalata.
Si superano l'un l'altro finchè quello che è leggermente più in alto non scivola, perde la presa e cade.
Naturalmente il paese è piccolo c'è qualcuno che vede tutto ed accorre in soccorso del caduto.
Intanto l'altro è come bloccato, impietrito appeso alle rocce. Non muove un muscolo, non batte ciglio, ha solo lo sguardo fisso verso l'amico caduto che viene soccorso e portato via da qualcuno verso l'ospedale.
Qualcuno si occupa di recuperare l'impietrito e di portarlo dai genitori.
Non emette fiato, non dice niente, sta completamente zitto.
Ovviamente tutti credono sia impietrito dalla paura e, in questi casi, la scienza antica insegna che basta bere un po' d'acqua e la paura passa. E così fanno, lo fanno bere.
Il bimbo beve e risponde alle domande. Quindi è tutto passato, nessuno parla più della vicenda.
—
Però quel bimbo non aveva paura. Non era intimorito od impaurito.
Non parlava perché pensava.
Pensava che avrebbe potuto allungare una mano ed afferrare, trattenere l'amico mentre cadeva, l'avrebbe certamente sorretto quel tanto da permettergli di ritrovar un'appiglio sulle rocce.
Pensava che se fosse stato più veloce di riflessi avrebbe anche solo allungato una gamba e l'amico ci si sarebbe potuto aggrappare.
Pensava che se non avesse insistito per la gara l'amico non sarebbe caduto.
Pensava che non era stato un grande amico perché nel momento del bisogno non aveva fatto nulla.
E non c'era niente che si potesse dire, niente che si potesse fare per cambiare la situazione.
Avrebbe voluto esser caduto lui ma le cose erano andate così e lui si sentì inutile.