Erano tempi bui, la superstizione prevaleva su tutto, le religioni inculcavano paura, ignoranza e terrore, la fame era ovunque.
Con queste premesse non c'è da stupirsi se, quando la peste si manifestò nelle vicinanze del castello, il signore locale, istigato dalle paure del popolo, dalla paura dell'ira di Dio, dall'ignoranza, chiuse le porte e non consentì l'accesso a nessuno.
Comunque, in qualche modo, la pestilenza superò comunque le mura.
Chi diceva fosse una punizione divina per i peccati commessi, chi diceva che era un morbo nell'aria, chi che derivava dall'acqua, chi pensava ci fossero degli untori inviati da satana che spargevano il morbo.
Fatto sta che le genti cominciarono a morire di peste anche all'interno delle mura.
I preti non volevano far seppellire i cadaveri in quanto toccati dal demonio.
Il signore fece, comunque, scavare un'immensa fossa all'esterno delle mura in cui gettare i cadaveri.
La sua idea era di dare fuoco, con l'aiuto di un po' di pece, alla pila di cadaveri una volta riempita la fossa ma così non andò.
Mentre i becchini scaricavano un gruppo di cadaveri si accorsero che alcuni di quelli già presenti nella fossa, se non tutti, avevano le orbite completamente vuote; gli occhi non c'erano più.
La paura di satana, la paura di qualche maleficio s'impossessò di tutti, nessuno escluso.
Il terrore dilagò nel castello. La voce che satana imperversava in città e depredava gli occhi dei morti dilagò in tutto il regno ed anche all'esterno di esso.
Questa voce giunse molto lontano, anche all'abate Jowan a molte e molte leghe di distanza.
L'abate aveva tra i suoi confratelli alcuni medici ed un indagatore dell'occulto d'eccezione, fra Gualdino.
Fra Gualdino era famoso in tutta la zona. Aveva risolto molti misteri senza però mai trovare vere prove di magia. Dai resoconti che arrivarono, come c'era da aspettarselo, Fra Gualdino s'incuriosì e chiese il permesso all'abate Jowan di andare ad investigare.
Insieme ad un monaco medico e due novizi lasciò l'abbazia ed andò ad investigare nella lontana città.
I monaci sapevano che la pestilenza era una malattia, certo molto grave e mortale ma comunque curabile quindi, già durante il viaggio, si premunivano delle erbe necessarie e, durante i bivacchi serali, ne preparavano unguenti, impiastri e pozioni varie.
Mentre viaggiavano raccoglievano anche notizie e storie relative alla città ed al suo "demone". La cosa era sempre più interessante, sempre e soltanto gli occhi sparivano e sembrava non esserci traccia di come, chiunque fosse, ci si avvicinasse data l'assenza di tracce.
Nei pressi della città Fra Gualdino decise di non arrivare insieme agli altri monaci ma di arrivare da solo, dopo esser passato dai villaggi vicini ed aver ispezionato la fossa con i propri occhi.
Il monaco medico ed i suoi due novizi arrivarono in città ed offrirono il loro aiuto medico a tutti facendo istituire un lazzeretto dove andarono a prestare la loro opera.
Fra Gualdino, nel frattempo, fece il giro di tutti i villaggi e di tutte le case isolate della zona cercando notizie, indizi e voci. Non scopriva nulla di nuovo, solo paura e superstizione.
Anche il sopralluogo alla fossa non diede alcun indizio: per un raggio di almeno cinque metri attorno alla fossa era stata sparsa sabbia fine e nessun essere ci aveva lasciato alcuna impronta, i portatori ripulivano le proprie impronte dopo il passaggio e lasciavano i fuochi accesi per render sempre visibile la fossa alle guardie appostate sui merli del castello.
Dopo una settimana dall'arrivo dei confratelli fece il suo ingresso in città Fra Gualdino e chiese subito udienza al signore locale per avere il permesso di investigare sul fatto.
Il signore del castello era a conoscenza della fama di Fra Gualdino, una fama nota in tutto il mondo conosciuto, era un'indagatore d'eccezione e quindi, ovviamente, offrì tutto il suo appoggio e tutte le sue risorse per assecondare l'investigazione.
Ci vollero tre settimane di appostamenti ed una cinquantina di guardie, quasi tutta la guarnigione, che si davano il cambio giorno e notte ad osservare la fossa per scoprire l'autore del misfatto.
Un piccolo corvo nero, giornalmente, scendeva nella fossa e piluccava. Gli occhi dei cadaveri sono molto nutrienti e molto buoni, meglio se di cadavere fresco di giornata, meglio ancora se di una persona giovane. Ma non disdegnava, il nostro piccolo corvo, anche quelli di persone anziane. Non toccava altro, non mangiava altro, solo gli occhi. Era un corvo dai gusti molto raffinati.