==== Lo sparadrappo scomparso ====
Questa che segue, anche se sembra una storia non lo è.
È un grido di dolore, un pianto pubblico per la scomparsa di un vecchio amico, un vecchio compagno: lo sparadrappo.
Ormai penso che un esiguo gruppo di persone lo ricordi, siamo rimasti in pochi, pochissimi direi, forse neanche i vocabolari o l'accademia della crusca sa più chi è, anzi chi era.
Poverino. Certo forse qualche sessantenne meridionale o qualche ottuagenario centro-nordico potrebbe rispondervi con "un cerotto" che è come loro lo ricordano.
Ma non era solo quello. Poverino. Lo compiango.
Penso che l'ultima volta che sia stato avvistato fosse negli anni 70 (o forse 60) del secolo scorso. Oddio, quanto tempo, quanti ricordi (e non osate dire che sono nato soltanto dopo!).
Mi ricordo quando, dopo aver subito una ferita da baionetta all'addome l'infermiere (oddio chiamiamolo infermiere) tamponò il tutto con un pezzo di garza sudicia e due striscie (ben due badate bene) di sparadrappo. Era pieno, no pieno non è il termine adatto, era imbevuto di disinfettante e, bene o male il suo lo faceva.
Povero sparadrappo. È passato in secondo piano, soppiantato da nuovi e più migliori (sì sì, lo so, è errato e cacofonico ma rende bene) metodi medicamentosi.
Poveraccio.
Addio vecchio amico. Ormai in pochi ti ricordiamo ed ancora in meno ti compiangono.
Addio vecchio salvatore.
Insieme a lui ricordiamo tutti i termini caduti in disuso e scomparsi… tra i tanti: desueto, contumelia, facezia, atavico, imo, culaccino, eristico, soccido, ignavo (no, questo lo ricordano tutti quelli che hanno letto forzatamente dante).
Tutti i termini vetusti vengono qui pianti spero non solo da me ma da tutti coloro che si reputano sacripanti della parole.
…non vedo l'ora finisca questa smania di manifestare ipocritamente bontà, dolcezza, gioia e felicità… tutti gli anni la stessa storia.
più si è stronzi durante l'anno più la maschera è falsa e ci si mostra "buoni e dolci e cari" eppure nessuno che faccia a meno di metterla salvo poi toglierla e manifestare i veri se stessi subito dopo o "appena girato l'angolo"
certi casi mi fanno venire il voltastomaco.
bha. viva l'ipocrisia autocompiaciuta.
visto che oggi è il giorno più corto dell'anno (è il solstizio e tralasciamo pure la tradizione ed i calcoli astrofisici)… e quindi il vero fine anno solare
auguro a tutti che… riusciate sempre ad essere i veri voi stessi.
Spesso è più importante ciò che si fa rispetto a ciò che non si fa oppure a ciò che si dice.
Perché spesso spiegare i motivi delle proprie azioni e reazioni non è possibile oppure, se lo è, non è di facile comprensione per l'interlocutore.
Anche spiegandosi con tutte le migliori parole ed intenzioni è facile "perdersi in chiacchere" o soffocare in un mare di parole ciò che è veramente reale e quindi chi ascolta non comprende. Altre l'interlocutore non è in grado di capire perché le spiegazioni non sono sufficienti oppure non appartengono al suo vissuto od alle sue conoscenze dirette. Dico dirette in quanto anche quelle indirette non necessariamente sono recepite in pieno o, comunque appunto perché indirette, completamente.
Quindi ogni spiegazione può essere compresa se e solo se viene ricondotta al vissuto dell'ascoltatore.
Da qui nascono le incomprensioni e i fraintendimenti.
Se per le incomprensioni a volte può bastare parlare e spiegarsi per i fraintendimenti questo non è detto sia possibile.
E questo per vari motivi:
- il fraintenditore non sa di aver frainteso ma crede di aver capito correttamente
- il frainteso non sa di essere stato frainteso e se lo capisce (magari perché nota atteggiamenti, fatti e parole differenti da quanto si aspetta) non è detto che capisca cosa sia stato frainteso e perché e l'unica cosa che può fare è chiedere spiegazioni oppure… potrebbe fraintendere egli stesso entrando così in un circolo senza fine.
L'unica possibilità, appunto per il frainteso che crede di essere frainteso, è cercare di chiedere spiegazioni ma deve farlo con tatto, moderazione e discrezione perché, appunto, non conosce i motivi del fraintendimento e potrebbe fare più male che bene.
Che fare allora? A parte sperare di non essere fraintesi… temo molto poco.
E… chi vuole intendere intenda.
I maestrini1) son sempre lì…
che palle i maestrini che trovan sempre il modo di mostrar la propria saccenza…
sempre lì pronti a dir come si fanno le cose perché e percome è meglio far le cose come dicono loro…
possono sparire per un po', possono allontanarsi ma, quando ricompaiono… zac son pronti a far vedere che loro sanno, loro… tutti gli altri non sanno un cazzo.
Ma fate un po' come cazzo vi pare maestrini dei miei stivali e non cercate d'indrottinar chi non vi ha chiesto niente.
Non è necessario mostra sempre di sapere le cose, specialmente se non siente in classe !!! Come insegnante s'intende, perché tanto, anche se siete gli allievi troverete comunque il modo di far veder che sapete.
Ma andate al diavolo va.
Se ne legge di tutti i colori, verdi, rossi, blu, gialli ed i toni son quasi tutti forti.
Per questo non entrerò nel merito, né in un senso né nell'altro, vi racconterò, invece, una storia.
Una storia un po' diversa da quelle cui vi ho abituato.
Il mondo era diviso.
Nettamente diviso in due: da una parte gli abitanti del cielo, gli angeli, ricchi della loro potenza, ricchi della loro forza, ricchi del loro benessere; dall'altra i demoni, i reietti del mondo, tra loro non c'era paragone tranne, forse, di abitare la stessa terra, lo stesso pianeta, respirare la stessa aria.
Gli abitanti del cielo non erano sempre stati angeli, un tempo demoni ed angeli vivevano insieme, erano così simili nel modo di vivere che non c'erano grandi differenze, non ve ne era granché almeno, le differenze principali erano date da dove più che dal come vivevano e, tutti insieme, si chiamavano uomini e vivevano in libertà.
Venne un giorno in cui alcuni uomini cominciarono ad elevarsi sopra gli altri, un po' dovunque. Alcuni per meriti manifesti, altri per trame occulte, altri con la pura forza bruta.
Questi si autoproclamarono angeli.
Gli angeli cominciarono a vivere, a loro parere, meglio degli altri che chiamarono demoni.
Gli angeli decidevano le regole di convivenza, gli angeli detenevano il potere, gli angeli amministravano la giustizia, gli angeli, in poche parole, facevano tutto ciò che volevano.
Nel farlo deridevano i demoni, li bistrattavano, in alcuni casi li massacrarono e deportarono forzatamente.
Gli angeli avevano creato la disuguaglianza ed avevano tolto la libertà ai demoni.
E li deridevano per questo. Li sfruttavano. Alcuni angeli non consideravano nemmeno degni di vivere i demoni altri, forse memori di un lontano passato, li compativano.
Ai demoni dava fastidio esser trattati da inferiori, ovviamente, ma tutte le volte che ne avevano la possibilità, e succedeva spesso, non si comportavano meglio degli angeli, anzi, non appena un po' si elevavano dalla miseria (od almeno quella che credevano miseria) anche loro si consideravano angeli e bistrattavano gli altri demoni.
Per questo, la storia, ha tramandato molte ribellioni e molte rivolte, spesso sanguinarie, spesso di potere.
La storia, nel tempo, ci ha insegnato alcune cose:
Anche tra gli angeli ci sono state, ci sono e ci saranno differenze. Anche tra loro alcuni si sono elevati al di sopra degli altri, alcuni per merito, altri no.
Se tra gli angeli si creano differenze ed alcuni si impongono come arcangeli anche qui si vengono a creare conflitti.
Quando gli arcangeli creano un divario abbastanza ampio con gli angeli questi si rivoltano e, chi ne farà le spese, non saranno solo angeli ed arcangeli ma, soprattutto i demoni.
Negli ultimi giorni un po' di gente si sta registrando su questo sito…
bene eh… non che mi dispiaccia ma…
siccome io non vi conosco (vedo nomi di varia origine linguistica)
e l'unico vantaggio ad essere registrati è quello di poter lasciare commenti
facciamo così se, commentando a questo post o mandandomi una mail, mi dite chi siete bene, altrimenti…
settimana prossima vi poto via.
Aggiornamento: visto l'andazzo vi ho potato via tutti.
Chi si vuole registrare mi contatti.
Sono giorni che ci penso… mi han dato del "precipitoso" e quindi dell'avventato, dello sconsiderato, dell'impetuoso.
IO.
IO che non mi sono mai rotto un osso.
IO che non ho mai visto un ago di sutura sulla mia pelle.
IO che non conosco il mio medico.
IO.
IO che per fare una mossa, per dire una frase, ci penso mille e più volte.
IO.
IO che per aprirmi con qualcuno ci metto anni.
IO.
IO che non riesco a dire ciò che sento perché so che non sarei compreso.
IO.
IO che ho atteso quasi 11 anni l'occasione per poter cominciare a distruggere un sistema allo scopo di costruirne un'altro ed accetto tempi e metodi ignobilmente lunghi, sbagliati ed ottusi solo per poterlo costruire non bene ma decentemente.
In una sola cosa potrei ritenermi precipitoso, ma neanche più di tanto, nell'eclissarmi, nello sparire, nel cancellare le persone.
IO.
IO sarei precipitoso…
Detto da chi poi?
Da una persona che credevo mi avesse un po' compreso, da una persona con la quale ho creduto di potere ed con la quale ho cercato di aprirmi. Da una persona che credevo guardasse oltre vedere.
Minchia.
O IO non ho capito un tubo del genere umano (e potrebbe anche essere)… in tal caso fanculo al genere umano. Si fotta.
O IO non capisco un tubo della lingua italiana (ed anche questo potrebbe essere)… in tal caso fanculo alla lingua italiana, ne userò un'altra.
— KillerBoy d/m/Y H:i:s
Sì, è il primo maggio, sì è la giornata dei lavoratori e, di conseguenza del lavoro, lo so ed infatti, oggi, lo scrivo.
Ma diciamocelo chiaro:
- chi non ha un lavoro lo vorrebbe… principalmente per avere uno stipendio
- chi ce l'ha… si lamenta del suo lavoro o dei suoi colleghi o del suo capo o … (mettete qui quello che vi pare)
Certo, ci sono le eccezioni:
- quelle persone che non hanno un lavoro e non lo vogliono o perché hanno soldi di famiglia e non gli interessa o perché preferiscono lavorare quanto basta per avere il sussidio di disoccupazione
- quelle a cui il proprio lavoro piace e si divertono a farlo.
Queste sono le persone che accumulano ferie su ferie da fare (fino al limite consentito dal datore di lavoro e/o dal contratto) e non si sentono mai stanche di lavorare.
Quelle che pensano al proprio lavoro od alle problematiche relative anche quando dormono.
Quelle che, quando "sono sul pezzo", non si accorgono del tempo che passa ma glielo ricorda lo stomaco od il proprio corpo o, se sono fortunati, sono richiamati all'ordine dai propri compagni.
- quelle che sentono il proprio lavoro come un impegno od un dovere ed anche queste persone, non "staccano" se non è necessario, perché sentono il proprio lavoro come un onere ed un onore.
Ecco, secondo me, la festa dei lavoratori dovrebbe essere solo per queste persone ultime due eccezioni e questo perché…
- i primi (quelli a cui piace il proprio lavoro) perché lo fanno con entusiasmo e, per quanto tu le possa pagare, l'entusiasmo non ha prezzo
- i secondi (quelli d'onore) perché fanno un lavoro, per quanto magari ad altri non piaccia, degno di lode e lo fanno col cuore
Quindi, a queste due categorie, Buon 1° maggio, per tutti gli altri: quando vedete uno di questi salutateli e festeggiateli perché sono loro, imho, i veri lavoratori.
Una volta, tanti e tanti eoni fa, qualcuno mi disse: "la vita è puro dolore, solo quando riuscirai a vedere il dolore con occhi distanti saprai, di dover ricominciare a vivere".
A quel tempo non capii cosa voleva dire, col tempo ho compreso il dolore, l'ho conosciuto in tante forme diverse sia diretto che indiretto, sia subito che fornito (non sono un santo) quindi ho capito la prima parte: "la vita è puro dolore" è vero, fin da quando nasciamo, già con il primo vagito soffriamo e manifestiamo il nostro dolore.
Oramai temo di aver compreso anche la seconda parte "riuscire a vedere il dolore con occhi distanti" anche se non completamente ma, almeno all'apparenza od in superficie sono distante dal dolore. Certo, solo all'apparenza, ma è così manifesta l'apparenza che anche chi mi conosce meglio, a volte, o spesso, non riesce a carpirne la realtà. Certo, qualcuno, magari chi meno mi aspetto, la vede ugualmente e comprende ma, alla fin fine ho capito, come dicevo, il senso di questa parte di frase.
Ho il sospetto che la terza parte mi rimanga ostica, probabilmente sono prevenuto a riguardo perché ogni inizio implica una fine e "ricominciare a vivere" implica una morte. Ovviamente è figurata ma sempre di una morte si tratta. Ma penso che nessuno, anche chi non teme niente, non sia mai pronto a morire (anche figurativamente) perché implica un annichilimento di se stessi, quantomeno. E, in pratica rinunciare a ciò che si è.
===== Curiosità =====
La curiosità è femmina, dice, bhè io non credo.
Sarà perché tendenzialmente sono curioso e non sono femmina, chissà, ma anche San Tommaso era curioso, tanto curioso da dover toccare con mano il costato del risorto Gesù… ed anche lui mi sembra non fosse femmina.
Quindi tralasciamo il detto e veniamo alla curiosità stessa.
Cos'è? Cosa indica? Perché ci sono persone più o meno curiose?
Personalmente penso che la curiosità sia un istinto naturale dell'uomo: è stata lei a farci lasciare gli alberi e scendere a terra, a camminare eretti, costruire strumenti di caccia e raccolta, in pratica a farci evolvere.
Ed è sempre stata la curiosità a farci progredire: trovare un modo migliore per trascinare le cose ci ha fatto inventare la ruota, la curiosità verso l'altro ci ha fatto inventare il linguaggio, le lingue e la scrittura, la curiosità verso lo straniero ci ha permesso di viaggiare e scoprire luoghi lontani, il voler apprendere e quindi la curiosità verso l'infinitamente grande (cielo) e l'infinitamente piccolo (atomi) ci ha aperto la strada verso le scienze e quindi la conoscenza.
Quindi verrebbe da pensare che più si è curiosi più si è intelligenti e quindi più si può progredire però credo che così sia torppo semplicistico.
È indubbio che una persona intelligente e curiosa può riuscire ad indirizzare la propria curiosità verso fini utili e pratici ma non necessariamente.
È evidente che la curiosità non sia legata all'intelligenza, basta fare un banalissimo esempio: i voyeur o guardoni. Son curiosi ma bhè non necessariamente intelligenti.
Se quindi non è così allora c'è altro che scatena la curiosità.
Tutte queste cose quindi devono essere legate in qualche modo.
Cosa può legare lo scendere dagli alberi, il camminare eretti, costruire strumenti, inventare la ruota, la parola, i viaggi di scoperta, l'astronomia e le scenze? Cosa accomuna evoluzione e progresso?
Cosa accomuna queste cose "positive" anche ad "idiozie" tipo il guardone?
Non sembra così facile e sono sicuro che se si lasciassero divise forse s'arriverebbe prima ad una risposta ma non sarebbe completa.
Francamente mi sembra che ci sia una sola cosa che lega tutte queste cose: l'interesse.
L'interesse per una maggiore varietà di cibo e la possibilità di percorrere distanze maggiori ha fatto scendere i primati nostri antenati dagli alberi.
L'interesse ad avere una velocità di fuga maggiore, l'opportunità di cogliere frutti ci ha fatto diversificare gli arti e ci ha portato alla posizione eretta.
L'interesse ad avere un cibo più nutriente e ridurre i rischi per ottenerlo ci ha fatto inventare strumenti di caccia e raccolta.
L'interesse per il risparmio di tempo ed energie ci ha fatto inventare la ruota.
L'interesse per… la procreazione ci ha fatto inventare il linguaggio e per lo stesso motivo le lingue ed ancora il cercare nuovi partner altrove ci ha spinto a viaggiare e trovare nuove terre e culture.
Studiare il cielo? L'interesse che si ha in guerra per prevedere il tempo e l'interesse al potere che ne consegue creando i sacerdoti e le religioni.
E le scienze? Sempre l'interesse, l'interesse per il potere che ne consegue: chi domina la materia è in grado di dominare il mondo e le menti, per questo si è studiata l'alchimia, la matematica, la geometria, la fisica, l'idraulica e compagnia bella.
L'interesse. Sempre e solo l'interesse e questo, ovviamente, concorda con l'intrinseco egoismo dell'uomo.
Quindi? Niente significa solo che chi è curioso, probabilmente, ha un interesse palese o nascosto, cosciente od incosciente, reale o fantastico, plausibile o meno verso l'oggetto stesso verso cui la curiosità stessa si manifesta.
Stringendo quindi si può dire che curiosità è sinonimo di interesse.
Strano vero?
===== Tristezza =====
L'altra sera ho sentito questa frase: "non è triste?" riferita ad un tizio che mangiava da solo in un ristorante
a me personalmente sembrava solo un tizio che mangiava, quindi niente di che, il fatto che fosse solo era solo relativo, magari era lì per lavoro e non conosceva nessuno, non c'aveva voglia di stare con nessuno e nemmeno di cucinare ed è andato al ristorante, bho, quindi niente di strano, almeno per me
e mi son ritrovato a pensare… triste… tutti sappiamo cos'è la tristezza cioè no, sappiamo riconoscere la sensazione quando la proviamo o la vediamo in qualcun altro ma cos'è?
ho provato a pensare a come definirla ma non ci sono riuscito cioè ci sono riuscito ma solo come "contrario" come opposto a gioia e felicità non come una cosa a se stante…
bhè, ho detto sarò ignorante ed ho preso il vocabolario ed ho letto: "stato d'animo di chi è triste" e mi son detto grazie che razza di definizione è? ho guardato triste ed ho letto: "che è privo di gioia, serenità, piacere e simili" … son rimasto perplesso come? anche sul vocabolario è definito come contrario? od assenza? naaaa non ci stà: wikipedia salvaci tu e leggo: "emozione contraria alla gioia ed alla felicità"
son rimasto basito… come? non si può definire la tristezza in altro modo? non mi piace la cosa… non è possibile
quindi… perché non ci proviamo?
se fossi un medico od un biochimico potrai andare a guardare le reazioni che si scatenano nel cervello e definirle in quel modo ma, dato che non lo sono, non posso farlo
uno psicologo, forse, potrebbe definirla come una reazione fisica ad una serie di eventi sfortunati ma non sono uno psicologo quindi non c'interessa
potremmo dargli una definizione poetica o prosaica, gli artisti l'hanno definita in tanti modi, potrei forse usare uno di quelli ma, in realtà, son tutte rappresentazioni della tristezza non la tristezza in se e poi non sono un artista, quindi…
allora… cos'è la tristezza?
come definirla?
mi son detto… forse la definizione di un psicologo è la più corretta però non sono soddisfatto perché tutti siamo in grado di riconoscerla negli altri (più o meno) od in una situazione (chi vedendo un bambino che piange non capisce al volo se piange perché si è fatto male o perché è triste?) esterna a noi quindi no non basta, evidentemente la tristezza in sé è una cosa vera e, se è vera, è definibile
allora mi son detto se non mi riesce definirla se non come opposto della gioia vediamo di definire cos'è la gioia: "stato d'animo di intensa allegria e contentezza" oppure "lo stato d'animo di chi ritiene soddisfatti i propri desideri"
mmm non si embra granchè ma comunque in pratica si potrebbe dire che la tristezza è la sensazione di chi non riesce a soddisfare i propri desideri… sì questo mi torna, ci stà un bimbo triste è un bimbo insoddisfatto ma un bimbo insoddisfatto non necessariamente è un bimbo triste…
quindi… non è sufficiente…
se la tristezza è uno stato d'animo… come mai la riconosciamo in una situazione?
il tizio che mangia da solo perché da un'impressione di tristezza (ai più)?
magari è lì in santa pace che si sta godendo la più grande vittoria della sua vita eppure la situazione appare triste?
che la percezione sia diversa dalla realtà e diversa dipendentemente da chi guarda è ovvio ma
allora se è uno stato d'animo la tristezza in se non esiste?
mmm son perplesso perché se non esiste ed è definita come contrario neanche il suo contrario esiste ovvero la gioia
e come si fa a dire che la gioia non esiste?
cioè la gioia, non la felicità che è più complesso, ma la gioia, quella sensazione di allegria e contentezza che si ha quando si vince/ottiene qualcosa per la quale si è faticato molto… no, quella esiste ergo esiste anche la tristezza
ma se la gioia è la vittoria allora la tristezza è la sconfitta
quindi la tristezza è la sensazione aver faticato/lottato per qualcosa e si è perso…
che sia questa la tristezza?
son confuso, non mi torna perchè si torna a dire che la tristezza in se non esiste… ed in tal modo neanche la gioia… ma ho affermato che esiste
Su facebook ne è derivata la seguente discussione:
Graziella Santoro Bella riflessione. Io, per esempio, oggi sono un po' triste perché le vacanze stanno finendo e io sono stata quasi sempre malaticcia è vera tristezza? In fondo riposarmi era quello che volevo…
Rocco Antonio Pagniello ecco, appunto… è emblematico
è tristezza o no? bho
personalmente non sono minimamente in grado di definirla
eppure… tutti sappiamo cos'è, cosa comporta, come ci si sente ma… senza riuscire a definirla… esiste?
Graziella Santoro Esiste, esiste… Per esempio, domani è l'ultimo giorno di ferie… Tristezza allo stato puro
Valentina Di Gioia Ma che dici!! Ci rivediamo!!!! Ti faccio ridere io!
Roberta Gentile Esiste
Valentina Di Gioia Esiste…tu dici di riuscire a definirla per negazione. È la negazione della felicità…e la felicità cos'è?
Valentina Di Gioia Wikipedia dice: stato di depressione riconducibile a un particolare dolore o a una diffusa e cupa malinconia
Graziella Santoro Ecco… meno male… invece di #maiunagioia, io #unadigioia ce l'ho
Roberta Gentile Secondo me è un torpore che ti tormenta l'anima… un peso che rende difficile respirare… ma si resta consapevoli
Rocco Antonio Pagniello ecco Roberta, questa tua definizione mi piace
Rocco Antonio Pagniello Valentina scusa ma anche definendola come una particolare depressione poi definire cos'è la depressione…
Rocco Antonio Pagniello …in ogni caso definire la tristezza in se non mi sembra così semplice perchè uno stato d'animo, una sensazione è personale quindi intangibile di per se e quindi non misurabile e di conseguenza definibile solo parzialmente
Rocco Antonio Pagniello e poi se è il contrario di gioia e gioia è vittoria e, di conseguenza, la tristezzà è sconfitta scusate ma, personalmente, quando perdo o l'accetto o m'incazzo (magari con me stesso perchè ho sbagliato qualcosa) difficilmente mi rende triste direttamente, al massimo mi rendono triste la valutazione successiva dei motivi del fallimento… ma non necessariamente
Rocco Antonio Pagniello e comunque una situazione come quella descritta all'inizio del post… perché, comunemente, viene vista come triste?
Graziella Santoro Non è triste di per sè…
Magari l'osservazione è scaturita dallidea che mangiasse da solo non per scelta, ma perché nessuno aveva voluto fargli compagnia. Nella nostra cultura al cibo un aspetto di convivialità. In un altro paese magari non noterebbero nemmeno la cosa.
Rocco Antonio Pagniello mmmm
quindi l'immagine è preconcetta, sociologicamente preconcetta se vogliamo esser precisi…
però così è un circolo vizioso ritorna l'impossibilità di definire la tristezza autonomamente
.
ma allora molliamo quella immagine e prendiamo l'altra: il bimbo che piange…
questa è aculturale, asociologica e a-quellochevipare
da che mondo e mondo tutti (chi più chi meno) capiscono se un bimbo piange per tristezza o per dolore…
come mai lo capiamo (chi più chi meno) tutti? anche i meno sensibili?
ci sarà pure un qualcosa che ce lo fa capire
e non diciamo un qualche elemento chimico che emana il bimbo perché lo si capisce anche in fotografia
e se c'è dovrebbe poter essere definibile… o no?
Valentina Di Gioia Infatti questo intendevo…chi lo dice che la gioia è vittoria? Non è possibile definire la tristezza o la gioia o ogni altra sensazione perchè sono sensazioni perciò sono personali e derivano da visioni personali della vita e si esprimono con il nostro modo personale di affrontare la vita. C'è chi per esempio diventa molto più attivo quando è triste per non pensare… Ci sono delle cose che si considerano generalmente tristi perchè influenzati da riferimenti sociali o culturali. Un bambino che piange è triste, generalmente, ma se sai che piange perchè vuole il trentesimo giocattolo la sensazione cambia…
Valentina Di Gioia E guarda caso i bambini difficilmente piangono perchè sono tristi nella maniera che intendiamo noi, per un malessere interiore…piangono perchè sono stanchi hanno fame non li capiamo etc etc… i bambini vanno al di là della tristezza e della gioia, vanno al perchè…
Valentina Di Gioia Ed eccoci di nuovo ad una definizione di tristezza da adulti. Non si può capire…si può intuire secondo me. Una persona silenziosa o poco sorridente o schiva o che tende al pianto…può sembrarci triste. Ma sono congetture. Magari lo sono ma questi atteggiamenti possono denotare mille altre cose..
Valentina Di Gioia Il fatto che non si possa definire non ne esclude l'esistenza.
Graziella Santoro bah… Vu siehe troppo filosofi per me…
domani si torna a lavoro… Qualcosa di concreto per cui essere tristi…
Cappero Rocco, tu non puoi tornare il 12… dobbiamo fare scuola guida
Rocco Antonio Pagniello naaaaa e così mi chiedi di credere all'esistenza di qualcosa senza definirla nè, tantomeno, dimostrarne l'esistenza?
questa si chiama fede e nooooo non va bene, no mi contento
temo, dovremo cambiare strada…
—
se la tristezza è l'opposto della gioia vediamo allora di dare una definizione alla gioia e poi ricaviamone una per opposizione…
che è la gioia?
se la gioia è una sensazione di allegria e contentezza
dobbiamo definire sensazione, allegria e contentezza
sensazione: potremmo dire che è il prendere coscienza di uno stimolo interno e/o esterno
allegria: buon umore
contentezza: stato d'animo di chi è contento
…
però orda ci tocca definire buono, umore e contento… (ma non si finisce più?)
contento: se lo definiamo come sensazione siamo da capo quindi definiamolo sulla base etimologica, mi si dice derivi dal lantino contentus, il participio passato di continere che in italiano è contenere quindi propriamente "contenuto, pago di qualcosa" (vedi treccani)
umore: qui si va nel difficile… se prendiamo il significato letterale sarebbe una sostanza liquida
se prendiamo buonumore: è, nuovamente, uno stato d'animo sereno
buono: ciò che è buono fa bene ovvero benefico
…
legandoli dovremmo ottenere che la gioa è, più o meno: quel benefico stato di coscienza prodotto da uno stimolo interno od esterno che dona uno stato d'animo sereno
per negazione quindi la tristezza dovrebbe essere quel malefico stato di coscienza prodotto da uno stimolo interno od esterno che "rannuvola" lo stato d'animo
Rocco Antonio Pagniello infatti Graziella in ufficio torno il 14 (salvo imprevisti, variazioni, modifiche, alterazioni genetiche, mutamenti socio-politici, strani allineamenti planetari, influssi astrali, etc)… tu, intanto, preparati psicologicamente alle "lezioni"
Valentina Di Gioia Bravo Rocco Antonio Pagniello hai trovato la definizione! Comunque rimango dell'idea che se qualcosa non sai definirla non significa che non esista. Se la provi/senti/sperimenti/vivi esiste. Quello che non esiste ancora sono i mezzi per descriverla.
Rocco Antonio Pagniello posso capire cosa intendi Valentina e non credere che non capisca cosa vuoi dire ma, personalmente, se qualcosa la provo/sento/sperimento/vivo allora ok, esiste
ma se non riesco a definirla come posso dire di sentirla?
come posso condividerla?
se non riesco a definirla non riesco neanche a descriverla e no, questo a me non basta, non mi è sufficiente
perchè descrivere solo i "sintomi" può dare adito a "diagnosi" diverse (dalla tristezza alla depressione)
ok che siano sensazioni personali ma
definirla non sminuisce la sensazione, anzi, imho, la rivaluta perché a questo punto è possibile condividere un qualcosa di "certo" è possibile comunicare con lo stesso vocabolario, e sì, volendo, anche un vocabolario emozionale
se poi il mio stato d'animo si "rannuvola" o "schiarisce" in maniera diversa rispetto a quello di un altro… ci stà
che ognuno senta in un modo differente va bene ma sappiamo, comunemente, cos'è e se io dico tristezza una volta definita sappiamo di dire la stessa cosa e di non confonderla
(in ogni caso abbiamo anche detto che la tristezza in se non esiste ma essendo una sensazione è personale)